Il lungo dilemma del live-action

Il lungo dilemma del live-action

29 Novembre 2018 0 Di il Cosmo

di Elisa Torsiello –

Da “Il re leone” a “Dumbo”, senza dimenticare “La bella e la bestia” e “il Libro della Giungla”. Dietro la produzione di questi live-action

Fermiamoci un attimo a pensare; quanto siamo soddisfatti della nostra vita? Quella che stiamo vivendo è appannaggio o no di quella che ci siamo prospettati da piccoli? Non dobbiamo vergognarci se la risposta è negativa. Un velo di delusione, se non proprio disillusione, copre silenziosa i nostri giorni. Non certo perché la vita non è bella, ma perché spesso e volentieri non combacia con i sogni che alimentavano la nostra infanzia. I sogni di un periodo in cui volevamo diventare grandi quando eravamo piccoli, mentre oggi che siamo grandi vogliamo ritornare bambini.

È proprio sulla scia di questo continuo sguardo all’indietro, verso un tempo andato che vorremmo ritornasse per magia, che le case di produzione puntano i loro numeri vincenti. Per quanto possiamo inorridire, questi reboot/remake/live-action sono surrogati cinematografici del nostro passato. Basta un dettaglio, un passaggio riprodotto pedissequamente, ed ecco che la nostra memoria corre a ritroso, verso quel momento preciso nella nostra storia intima e privata che ci fa commuovere e ritornare per un attimo bambini. Un concetto produttivo sfruttato anche in televisione, quasi a voler tranquillizzare il proprio pubblico circa una continuità felice e spensierata tra passato e presente (si pensi al ritorno sul piccolo schermo di serie come “Twin Peaks”, o ai revival di “Magnum P.I” e “Macgyver”, senza contare la riproposizione di programmi come “Portobello”) ma che finisce per identificarsi soprattutto nel mondo del cinema.

Nonostante finiamo per rinnegare sempre più spesso gusti, preferenze musicali o cinefile fondanti un io del passato del tutto differente da quello del presente (quasi fossimo posseduti da quel fenomeno di “enantiodromia” sviluppata da Eraclito e poi ripreso da Jung) noi tutti siamo cresciuti con i classici Disney. Ed è proprio sullo sfruttamento sentimentale e malinconico di pietre miliari che hanno segnato il nostro cammino di crescita, che si spiega l’enorme successo (e conseguente riproposizione) dei live-action firmati Walt Disney.

Da una parte questi film che tentano di mescolare attori in carne ed ossa con tecniche CGI per tradurre in opere reali ciò che prima era solo animato, si indirizzano verso una  branca di spettatori neofiti che, perché troppo piccoli o cresciuti al ritmo di bombardamenti schermici e tecnologici, non hanno saputo gustarsi ciò che vuol dire crescere con i classici d’animazione Disney; dall’altra a chi a quei cartoni animati è legato sentimentalmente, e ogni sua visione un amarcord fatto di risate e tante (troppe) lacrime.

L’ultimo, in termini di uscita promozionale, è stato “Il re leone”. Diretto da Jon Favreau (già autore de “Il libro della giungla” nel 2016), il live-action del capolavoro disneyano del 1994 ha già battuto quasi ogni record di visualizzazioni: con i suoi 224,6 milioni di spettatori è il secondo trailer più visto di sempre nella storia della Disney. Solo quello di “Avengers: Infinity War” aveva saputo fare di meglio con 238 milioni di visualizzazioni nelle prime 24 ore. Bastano poche inquadrature, perfettamente combacianti con quelle del cartone da cui prende le mosse, che lo spettatore viaggia indietro nel tempo. Eppure un dubbio sorge spontaneo. Il pubblico ha amato questi pochi assaggi per la qualità eccelsa delle tecniche impiegate, o perché ricorda talmente tanto il cartone originale che attraverso la sua visione assistiamo e riviviamo implicitamente il momento in cui abbiamo visto per la prima volta Simba presentarsi al nuovo regno. Probabilmente la verità sta nel mezzo. Se il trailer funge da portale temporale è proprio perché è fatto così bene ed è sviluppato con un linguaggio a noi, consumatori bulimici di immagini sempre più realistiche, oggi facilmente comprensibile.

La storia si ripete con “Dumbo”. Il film di Tim Burton (la cui uscita nelle sale è prevista il 28 marzo 2019) mescola attori ad animali creati al computer, ed è in questo fruttuoso girotondo tecnologico che si percepisce con estrema facilità la commozione e quella spolverata di “trauma infantile” che già sottendevano la realizzazione del cartone del 1941. Ed è proprio quel trauma infantile, quel ricordo doloroso che ci ha segnato nel profondo, colpendo come un macigno la sensibilità di noi bambini, (lo stesso che ci ha fatto volgere lo sguardo verso altrove, mentre gli occhi si riempivano di lacrime, con la morte di Mufasa ne “Il re leone”) che ci spinge a guardare quel trailer prima, e il film nella sua interezza al cinema poi. È come se rivivendo quel dolore, da cui siamo sublimemente attratti, ritornassimo magicamente bambini.  Questo trucco di magia non potrebbe sussistere se, a sostenerlo, non ci fossero delle spalle forti, come l’autorialità e l’estetica visionaria di Tim Burton. Certo, Tim Burton è lo stesso artefice di un altro live-action poco riuscito come “Alice in Wonderland”, ma analizzando le prime immagini di “Dumbo” si coglie come il regista abbia ripristinato quel senso di magico e onirico che caratterizzava opere precedenti del calibro di “Edward mani di forbice” e, soprattutto, “Big Fish”.

Se “Dumbo” e “Il re leone” si sono dunque già candidati come dominatori del box-office e materiali di attente e certosine analisi comparative con i loro scomodi precedenti, chi partono più svantaggiati perché colmi di pregiudizi, sono i live-action di “Aladdin” e “Mulan”. Il motivo di tanto astio non ci è dato spiegarlo con sicurezza, ma sicuramente a correrci in aiuto è il risultato ottenuto (non tanto al botteghino, quanto a livello critico) di un precedente come “La bella e la bestia”. Basandosi quasi interamente sulle interpretazioni di attori in carne ed ossa, il senso di mero copia-incolla (senza dimenticarci che la mancanza di Robin Williams a prestare la propria voce al Genio nel film di “Aladdin” si farà dolorosamente sentire) viene estremamente amplificato. Un retrogusto dolce-amaro di qualcosa di già visto sottolineato anche dalla riproposizione tutt’altro che originale delle stesse canzoni dei classici di animazione d’origine.

Poca originalità; mancanza di creatività; giocare facile; tanti i commenti di chi, stanco delle solite storie riproposte (non più) in salse differenti, invadono i link e gli articoli che propongono i promo e i poster di questi  live-action. Veritieri o meno, dietro a questa ritrosia ci sono sempre dei bambini che chiedono di uscire ancora una volta alla ribalta, e finché ci saranno questi fanciulli interiori i live-action continueranno a esistere. E se non fossero proprio loro, i biglietti d’oro che ci condurranno verso il nostro Neverland personale?