Il Social è uguale per tutti

Il Social è uguale per tutti

29 Novembre 2018 0 Di il Cosmo

di Sabrina Falanga –

«Signor Philipp Plein, lei ha mai guardato negli occhi una donna violentata?»

Il popolo dei Social, si sa, non fa sconti quando si tratta di critiche. Critiche che, in questo caso, sono andate tutte in una direzione. Nessuna difesa. «Aberrante» è stato il verdetto finale.

A finire sotto accusa è stato Philipp Plein, lo stilista tedesco fondatore della società omonima che produce abbigliamento di lusso. O meglio: a finire sotto accusa sono state le pubblicità da lui promosse, nelle quali sono ritratte donne aggredite e portatrici di visibili e macabre ferite. Con contorno i vestiti e gli accessori Plein, ovviamente. Di contorno, sì, perché va da sé che a catturare l’attenzione del pubblico non sia stata la pochette metallizzata, passata in secondo piano rispetto alle immagini lugubre delle modelle che, in quelle fotografie, recitano la parte delle morte ammazzate.

Ma c’è di più.

La pubblicità in questione è uscita proprio nel periodo in cui ricorreva la giornata contro la violenza sulle donne: per alcuni una «sfortunata coincidenza», per altri una «scelta voluta di cattivo gusto».

Esposto anche nelle vetrine di corso Venezia a Milano, il manifesto ha avuto comunque vita breve perché il Comune ne ha chiesto immediatamente la rimozione; non è la prima volta che la città lombarda si ritrova a dover gestire situazioni come queste: recente è stata, infatti, l’eliminazione di una grafica che ritraeva una donna in posizione equivoca per pubblicizzare un lubrificante per motori.

Nonostante le rimozioni, le suddette fotografie hanno fatto il giro del Web e continuano a balzare da una bacheca Social all’altra: si potrebbe pensare che, nonostante siano accompagnate solo ed esclusivamente da commenti negativi, abbiano centrato pienamente il detto “bene o male, conta che se ne parli”. Non fosse, però, che sia una massima ormai superata nel mondo della comunicazione 2.0, dove non solo è facile diventare i protagonisti di una gogna virtuale ma pur sempre reale (la reputazione è, d’altronde, un fattore concreto per un’azienda), ma dove si possono trovare migliaia di metodi per pubblicizzare i propri prodotti, infinite idee per essere originali nella comunicazione, innumerevoli modi per facilitare il marketing. Insomma, non ci sono giustificazioni.

Dal sessimo al razzismo: anche la maison Dolce & Gabbana è stata recentemente lapidata dal web. La colpa è stata quella di aver pubblicato su Instagram alcuni video di una campagna pubblicitaria in cui una donna mangia del cibo italiano con le tradizionali bacchette cinesi. Giunto un cannolo siciliano, una voce maschile chiede alla protagonista: è troppo grande per te?

Inutile sottolineare il luogo comune su cui avrebbero voluto ironizzare gli stilisti, così come è inutile sottolineare che nessuna ironia è stata colta: sono stati 9milioni i tweet di Weibo (piattaforma di social media della Cina) con i quali si è discussa la pubblicità, si sono visti gli interventi di alcuni famosi attori cinesi e molte celebrità hanno annunciato che non si sarebbero presentate alla sfilata D&G in programma all’Expo Center a Shangai in segno di protesta. In fine, l’annullamento di uno show del valore di 12 milioni di euro (s’intende questo quando, come sopra detto, si dice che la reputazione di un’impresa è anche una questione concreta e non solo morale).

Niente di nuovo, comunque.

Da Oliviero Toscani per Benetton a Desigual, da H&M a Pandora: la foto di un bimbo nero che indossava una felpa con scritto “la scimmia più cool della giungla”, il cartellone che invitava ad acquistare un gioiello invece di regalare un ferro da stiro o un grembiule da cucina alle donne, gli esponenti mondiali della politica e della religione che si baciavano, la modella che buca i preservativi.

Insomma, da sempre il marketing (in particolar modo quello degli universi artistici, tra cui la moda) fa discutere: chissà se aveva ragione lo scrittore Scutenaire con il suo “scandalo è non dare scandalo” o la femminista De Beauvoir che sosteneva che allo scandalo ci si abitua (e ogni cosa, quindi, diventa normale e moralmente accettabile).

Ai Social l’ardua sentenza. Dove la legge (morale) è uguale per tutti. Anche se ti chiami Philipp Plein.