La crisi Rohingya e il silenzio della comunità internazionale

La crisi Rohingya e il silenzio della comunità internazionale

29 Novembre 2018 0 Di il Cosmo

di Martina Cera –

Era il 25 agosto 2017 quando gli scontri tra le forze di sicurezza birmane e un gruppo paramilitare vicino ai rohingya provocarono un’escalation di violenze tali da denunciare una vera e propria operazione di pulizia etnica nei confronti della minoranza musulmana dello Stato di Rakhine, in Birmania. Omicidi, stupri e incendi causarono centinaia di morti e un esodo che ha portato più di 700.000 persone a lasciare le proprie case per dirigersi verso il confine con il Bangladesh.

Secondo le stime dell’UNHCR i profughi arrivati in Bangladesh nell’ultimo anno si sommano alle oltre 200.000 persone che, dalle prime e durissime repressioni negli anni ‘70, sono scappate dalla Birmania. Birmania che, è opportuno ricordarlo, è retta dal Nobel per la pace Aung San Suu Kyi, la quale non ha mai smesso di negare le violenze messe in atto dalle forze di sicurezza.

Ad oggi sono più di  919mila i Rohingya che vivono nel distretto di Cox’s Bazar, nel sudest del Bangladesh. Le loro condizioni, come denunciato dalle ONG che operano nei campi profughi, sono terribili: vivono ancora negli stessi rifugi temporanei di plastica e bambù che sono stati costruiti al loro arrivo, in una zona soggetta a monsoni e forti piogge. Le gravi carenze igieniche nei campi profughi hanno provocato la diffusione di gravi problemi di salute, come denunciato da Medici Senza Frontiere, tra cui la diarrea acquosa e il colera.

A rendere ancora più grave la situazione è il mancato riconoscimento, da parte del Bangladesh, dello status di rifugiati, nonostante lo siano a tutti gli effetti.

”Rifiutando di riconoscere i diritti dei rohingya come rifugiati o negando loro qualsiasi altro status legale, i governi li costringono a vivere in uno stato di estrema vulnerabilità”, ha dichiarato Francesca Zuccaro, responsabile per la missione di Medici Senza Frontiere in Bangladesh.

La mancanza di tutele è il riflesso della mancata volontà, da parte del Bangladesh, di occuparsi di questa crisi umanitaria. Il Governo bengalese ha firmato, lo scorso Ottobre, un memorandum con la Birmania per rimpatriare i profughi, accordo che ha provocato la ferma opposizione delle organizzazioni non governative e delle Nazioni Unite, in quanto nessuna autorità indipendente dai governi dei due Paesi sarebbe coinvolta nel processo di rimpatrio.

Se c’è stato un coinvolgimento è stato quello dell’esercito birmano, che come denunciato dal giornalista Gwynne Dyer sul Telegram: “Sapeva benissimo che i profughi sarebbero stati troppo terrorizzati per tornare. Accettare di riaccoglierli ha avuto come unico effetto quello di far apparire i generali che hanno pianificato le atrocità un po’ meno spregevoli.”

È stato il governo bengalese a scegliere 2.200 profughi da rimpatriare, ma la maggior parte di loro è fuggita dai campi per non farsi trovare. Non si tratta solo di paura nei confronti dell’esercito birmano, perché un ruolo importante nelle violenze lo hanno avuto anche gli abitanti non musulmani dei villaggi, che hanno agito nei confronti dei rohingya esattamente come i serbo-bosniaci nei Balcani degli anni ’90, stuprando, uccidendo e depredando i loro vicini di casa.

Il sentimento di odio nei confronti di questa minoranza è in parte il risultato delle paranoie della maggioranza buddhista nei confronti dei musulmani, causate da un sentimento di accerchiamento verso l’Induismo e l’Islam, che per motivi demografici sono diventati i culti predominanti nel sub-continente asiatico. La Birmania, insieme alla Thailandia e allo Sri Lanka, è uno dei pochi Paesi rimasti a maggioranza buddhista.

Queste paranoie hanno trovato spazio nella ricerca di consensi da parte della dittatura militare che dal 1947 al 2010 ha retto il Paese, spingendo la giunta del 1982 a privare i rohingya della cittadinanza.

Il tentativo di proteggere l’apertura democratica conquistata a caro prezzo che ha portato Aung San Suu Kyi a coprire i crimini dell’esercito non è in nessun modo giustificabile e l’accordo con il Bangladesh si muove in questo senso. Probabilmente i profughi rohingya, birmani tanto quanto i buddhisti, non torneranno mai nelle loro case e continueranno a vivere in una sorta di limbo causato dalla mancata volontà del Governo bengalese di dare loro un posto nella società del Bangladesh, mentre in patria e all’estero dove si tace di questa crisi umanitaria la leader birmana continuerà ad essere vista come la paladina della democrazia in Asia.