L’italiano ai tempi dei social network

L’italiano ai tempi dei social network

29 Novembre 2018 0 Di il Cosmo

di Antonella Lenge –

È sempre corsa all’ultimo tweet, i blogger sono gli influencer della nostra vita, whatsappiamo di continuo e la nostra rispettabilità sembra legata al sottile filo dei Like.

Ecco: circa vent’anni fa (ma anche meno), un’affermazione del genere sarebbe risultata alquanto priva di significato, mentre oggi, cinque anglicismi belli forti, sanno dare l’immagine di quel che siamo diventati e dell’italiano 2.0 che parliamo, figlio di quella rivoluzione digitale che si è riflessa anche a livello antropologico, mentale e linguistico.

Che ci piaccia o no, il nostro modo di comunicare è cambiato: il nostro grande villaggio globale non è mai stato così piccolo e il fatto che un libro degli Anni ’70 sia certamente diverso da uno di oggi è sintomatico di una lingua che si trasforma (forse troppo) rapidamente: in passato la scrittura era un atto lento che presupponeva solitudine per una più attenta e oculata scelta delle parole; oggi, invece, la parola d’ordine è immediatezza: scriviamo sempre e dovunque senza dedicare alla scrittura la concentrazione che merita.

“La corsa al tweet” è l’immagine emblematica della società in cui viviamo: una società che corre, che scrive…e che parla inglese!

I social hanno dato una penna (seppure virtuale) a chiunque e così, se in passato scrivevano solo dotti professori, oggi tutti si sentono in diritto (e anche in dovere) di dire la loro, con un’automatica e naturale ricaduta sulla lingua, che ne risulta certamente più semplificata, approssimata, appiattita: nuove parole, abbreviazioni e acronimi ma anche frasi fatte da programmi televisivi e tanti anglicismi!

Vera Gheno nel suo libro “Social Linguistica, italiano e italiani dei social network” analizza proprio l’ambivalenza dell’evoluzione dell’italiano: da una parte lingua in continuo mutamento, dall’altra lingua impoverita.

Antonio Zoppetti nella versione cartacea del suo “Dizionario delle Alternative agli Anglicismi”, che si intitola “L’etichettario. Dizionario di alternative italiane a 1800 parole”, conta 3500 anglicismi che normalmente inseriamo nei nostri comuni colloqui (che dovrebbero essere) italiani.

Lo stesso Zoppetti avverte che «la lingua si nutre sempre di neologismi e di parole prese da altre lingue. Solo che, se non le si italianizza, come si faceva in passato, o non si usano i termini italiani che esprimono lo stesso concetto, si finisce con impoverirla. Se usiamo soltanto termini inglesi per tutte le novità, l’italiano diventerà obsoleto, come le lingue delle antiche minoranze linguistiche. E sarà sempre più difficile parlarlo».

Certo, non si può dire che l’italiano non sia vivo, anzi! Potremmo azzardare che paghi il prezzo di cotanta vitalità ma certamente a livello grammaticale e lessicale la tanto cara lingua di Dante ne risulta penalizzata (si tende ad abusare dell’indicativo anche laddove occorrerebbe il congiuntivo; “gli” viene usato anche per dire “a loro”).

Alle scuole il dovere di enfatizzare l’importanza dei registri linguistici, perchè il linguaggio social abitua a parlare in modo informale con tutti e in tutte le occasioni!

Il web sta portando alla morte dei lettori ma anche degli scrittori: la scrittura sta diventando sempre più ermetica e tante volte lasciamo a delle immagini l’espressione delle nostre emozioni: le emoji, infatti, sono le nuove, vere protagoniste delle nostre chat.

E-marketer conta circa 6 miliardi di faccine scambiate sul web ogni giorno solo via smartphone. Secondo il linguista britannico Vyv Evans stiamo tornando pian piano ai geroglifici, a quella funzione paralinguistica della scrittura, che porta pian piano alla morte della scrittura stessa.

Dunque, se la lingua spesso è una spia sullo stato di salute del Paese, viene spontaneo chiederci: “Come sta l’Italia?”

“Bene, ma non benissimo”. E non ci sarebbe risposta più calzante.