Se i “leoni da tastiera” fanno più paura di quelli kenyani

Se i “leoni da tastiera” fanno più paura di quelli kenyani

29 Novembre 2018 0 Di il Cosmo

di Deborah Villarboito –

“Si sopravvive di ciò che si riceve ma si vive di ciò che si dona”. Scriveva questo Silvia Costanza Romano sui social. Gli stessi social su cui ora, imperversano con cattiveria gratuita e fine a se stessa commenti del tipo: “Speriamo che quei selvaggi le insegnino le buone maniere sessuali”, “La Farnesina sconsiglia di andare proprio in quei luoghi… sapeva del pericolo”, “mah…. un’altra sciocchina che credeva che andare in Africa a fare la “ missionaria” fosse come andare a giochicchiare all’oratorio?? E mo’ sotto con il riscatto??”, “ma fa in Italia il volontariato gli italiani hanno già dato troppo a questi selvaggi africani”, “In Italia non ci sono ALTRE PERSONE da aiutare? Forse non si diventa “EROINA”?” . Sono solo tristi esempi, e neppure i più gravi, oltre che di scarsa conoscenza della propria lingua, di pensieri che fanno comunque riflettere.

Tra i numerosissimi troll, nel gergo di Internet e in particolare delle comunità virtuali, è il soggetto che interagisce con gli altri tramite messaggi provocatori, irritanti, fuori tema o semplicemente senza senso o del tutto errati, con il solo obiettivo di disturbare la comunicazione e fomentare gli animi, però molti sono commenti veri. Una 23enne laureata che decide di lasciare il suo paese per aiutare gli abitanti di un piccolo villaggio in Kenya diventa “un’oca giuliva” perché, in fondo, poteva “far volontariato alla mensa della Caritas” dietro casa. Internauti indignati e preoccupati non per la sorte della cooperante ma per chi pagherà i soldi di un eventuale riscatto. “Lo Stato non deve pagare per una scriteriata in cerca di emozioni forti”, è il commento frutto di una retorica ignorante che in passato hanno subito anche Vanessa Marzullo e Greta Ramelli, le due volontarie rapite in Siria nel 2014. E, in era pre-social, le “due Simone”, Pari e Torretta, sequestrate in Iraq nel 2004. Non esistevano ancora gli “haters” professionisti eppure furono sommerse da una valanga di critiche per la loro scelta di far volontariato in un paese così difficile.

Oggi, a distanza di 14 anni, qualcuno ancora le cita come “quelle due sciagurate che andarono in Iraq”. Eppure anche i volontari uomini sono stati rapiti: Giuliano Paganini in Somalia (2008), Giovanni Lo Porto in Pakistan (2012), Francesco Azzarà in Sud Darfur (2011), ma non si trovano tracce dello stesso astio. Si può rilevare, però, negli ultimi anni che i social network essendo diventati parte integrante del nostro mondo, veicolano paure, pregiudizi e insoddisfazioni, che si manifestano nella ferocia dei commenti, come nel caso di Silvia Romano. Allora viene da pensare che avesse ragione Umberto Eco: “I social media danno diritto di parola a legioni di imbecilli che prima parlavano solo al bar dopo un bicchiere di vino, senza danneggiare la collettività. Venivano subito messi a tacere, mentre ora hanno lo stesso diritto di parola di un Premio Nobel. È l’invasione degli imbecilli”. Si salvi chi può.