Donne in politica: l’Italia continua a chiuderle fuori

Donne in politica: l’Italia continua a chiuderle fuori

5 Dicembre 2018 0 Di il Cosmo

Parità tra uomo e donna? Scordatevela anche in politica. Il governo Conte le ha lasciate fuori dalla porta, considerato che sono appena 11 tra ministre e sottosegretarie. Si tratta della percentuale più bassa degli ultimi anni. Se ci spostiamo in ‘periferia’, ossia nelle Regioni e nel Comuni, scendiamo ulteriormente. Soltanto due sono le governatrici, appena il 14 per cento dei sindaci è donna (Raggi e Appendino sono le leader, indubbiamente).

La ricerca compiuta da ‘Openpolis’, insomma, non lascia dubbi: la parità di genere è un obiettivo difficile da conquistare. Il fatto stesso che per cercare di raggiungere questo obiettivo siano state introdotte le ‘quote rosa’ è la dimostrazione di quanto il genere femminile debba lottare per ottenere ciò che il maschio pare abbia per diritto divino. La legge 2015 del 2012, a livello comunale, ha provato a cambiare un po’ le cose. Coinvolti tutti i centri con più di 5 mila abitanti, si è stabilito che nessuno dei due sessi può essere rappresentato in misura superiore dei due terzi di candidati e che la doppia preferenza – per non subire l’annullamento – deve essere data a due persone di sesso diverso.

Possiamo dire che una piccola luce in fondo al tunnel si comincia a vedere. Nel 2013, la percentuale di donne candidati nei consigli comunali era oltre il 30%. In Toscana e in Emilia Romagna si andava oltre già nel 2009 (oggi sono il 40%). In Abruzzo si è arrivati a questo risultato solo nel 2016, così come in Calabria e Molise. Squilibri dello Stivale. Se guardiamo fino al 2012, che fa un po’ da spartiacque, otto consiglieri comunali su dieci erano uomini. Le donne erano appena il 20%. La legge, dunque, qualche colpo di piccone l’ha dato.

Nel 2016, le donne elette erano il 30,40 per cento, vale a dire il 40 per cento in più rispetto al 2009, anche nei Comuni al di sotto dei 5 mila abitanti. Nelle Regioni, il muro pare più difficile da abbattere: in 11 su 20, gli uomini continuano a essere oltre il 70% degli eletti. E il motivo non è che le donne non si candidano, ma che spesso in cabina elettorale viene poi scelto l’uomo. Tra il 2000 e il 2003 eravamo all’8,6% di donne elette, oltre il 90% dei consiglieri regionali erano dunque uomini. Dal 2004 c’è stata una crescita della componente femminile, ma fino al 2011 siamo rimasti a una soglia bassissima: 10% di donne. Oggi, siamo al 17,6% di consiglieri regionali donne.

Se allunghiamo il collo per guardare oltre i confini, la situazione cambia. La legge 65 del 2014 ha inserito la tripla preferenza di genere. Per le Europee del 2019 arriveranno altri correttivi: l’obbligo di liste 50 e 50 per la piena parità dei sessi. Ma i dati parlano chiaro già oggi: nel 2004, nella circoscrizione Italia Nord Orientale, le donne candidate erano il 38%. Da 14 anni, la quota è sempre superiore al 30%.

Insomma, in Europa la parità è più a portata di mano che in Italia. Ma devono essere sempre le leggi a dare una spinta, quasi che il genere femminile continuasse a restare relegato in un recinto. Che viene aperto, ogni tanto, da quante legislatore lungimirante. E invece la parità di genere, anche in politica, dovrebbe essere qualcosa di naturale. Non una ‘cosa’ affidata soltanto nelle mani degli uomini. Ci arriveremo mai a capirlo?

di Alessandro Pignatelli