Netflix o cinema? Quando il dibattito risulta inutile

Netflix o cinema? Quando il dibattito risulta inutile

6 Dicembre 2018 0 Di il Cosmo

di Elisa Torsiello –

I casi di “Sulla mia pelle” e “Roma” dimostrano che a vincere è il potere dello sguardo e dello spettatore.

«Nessun film Netflix rientrerà tra i titoli in competizione a Cannes». Un aut-aut quello imposto nell’aprile del 2018 dal direttore del festival Thierry Frérmaux ai distributori cinematografici che scosse l’opinione pubblica creando un dibattito ancora in corso: un film vale davvero qualitativamente meno rispetto ai suoi concorrenti solo perché distribuito su una piattaforma streaming a pagamento?

Un dubbio amletico che si fa ancor più forte, intensificando il suo raggio di perplessità, in un’epoca come quella contemporanea dove la proposta on-demand ha raggiunto livelli tali da tenere ampiamente testa con quella cinematografica in sala. Da David Lynch e il suo “Twin Peaks” è ormai impossibile aggrapparsi a quell’ideale obsoleto che vorrebbe un prodotto destinato al piccolo schermo (e ora al piccolissimo, se pensiamo a quello degli smartphone) come un prodotto popolare, o di serie B, solo perché destinato alla massa e non abbastanza elitario come quello al cinema.

Foto Carlos Somonte

Con l’avvento di Netflix questo confine si è fatto ancora più labile. I cineasti sono sempre più attratti da un mondo che permette loro di sviluppare (apparentemente) senza limiti narrativi o produttivi storie, idee, o personaggi che altrimenti non sarebbero riusciti a portare sul grande schermo; sono progetti ambiziosi, personali, a volte tenuti nascosti in un cassetto polveroso della propria mente; sono desideri, speranze o stravaganze rinchiusi a chiave e lasciati maturare nell’estenuante attesa di poter essere riportati alla luce. Rinascere grazie alla spinta di un colosso come Netflix non preclude la possibilità per queste opere di essere illuminate anche dalla luce di proiezione di una sala cinematografica. Nonostante il timore di una facile perdita a causa di un’affluenza spettatoriale ridotta, perché tentata dalla comodità di guardare la stessa opera tra le mura domestiche, le case di distribuzione accettano il rischio e portano quegli stessi film in sala. Lo fanno perché è la grandezza dell’opera, o la bellezza nascosta di una storia che all’inizio non erano riusciti a cogliere, o lo stesso interesse mediatico venutosi a creare attorno a quel film, a convincerli e scortare una produzione Netflix al cinema. E così, seppur per pochi giorni, Netflix e la sala cinematografica vanno a braccetto, danzano insieme mentre il pubblico si accomoderà sulle poltrone e, avvolto dal buio, inizierà a sognare.

Coraggiosa è stata l’opera “Sulla mia pelle” di Alessio Cremonini, di cui vi avevamo già parlato in qualche numero fa, e altrettanto coraggiosa fu la scelta di Lucky Red di puntare, insieme a Netflix, alla sua distribuzione. Nonostante il film uscisse sulla piattaforma lo stesso giorno in cui era previsto in cartellone, il film sugli ultimi giorni di Stefano Cucchi raccolse attorno a sé un caloroso abbraccio di persone che, all’entrata in sala, si dissero pronte a guardare e appropriarsi di quei momenti grazie all’intermediazione dello schermo cinematografico. Surrogato della nostra mente, buio e denso di immagini aleatorie, pronte a morire nello stesso istante in cui compaiono dinnanzi a noi, il cinema è la culla dei nostri pensieri; universo in cui potersi trasformare in altro e vivere mille, diverse vite.

Nonostante sia un prodotto originale Netflix, è pertanto da ritenersi giusta la decisione di portare sul grande schermo l’ultima opera di Alfonso Cuaròn, Roma. È giusta perché quel film è da considerarsi come una tenera lettera d’amore scritta dal regista con la potenza delle immagini in movimento alla propria terra e alla propria infanzia; è giusta perché ogni fotogramma – grazie anche all’uso del bianco e nero – diventa una foto d’epoca, un fermo-immagine tratto dai ricordi più o meno scoloriti del regista messicano; è giusta perché è lo stesso formato della pellicola a giustificare un passaggio nelle sale; è giusta perché, al di là di scelte meramente orientate a una campagna Oscar in procinto di partire – è sempre bello commuoversi al cinema.

Sebbene molti comuni non proiettino il film (o peggio ancora, molti comuni non sono nemmeno più dotati di una sala cinematografica) e i prezzi dei biglietti aumentino sempre più, dai risultati ottenuti da un nostro sondaggio, sono ancora tanti (circa il 70%) a voler viaggiare nel tempo e nello spazio all’interno della “macchina del tempo cinema” con destinazione Messico anni ’70. “E se poi l’esperienza mi è piaciuta” come ha aggiunto un nostro intervistato, “il film me lo riguardo su Netflix. L’abbonamento serve anche a questo, giusto?”. Interessante a questo proposito constatare quanto la scelta del restante 30% di gustarsi “Roma” sulle poltrone di casa propria non derivi da una motivazione prettamente unanime.  La presenza del film in sale selezionate e la lontananza di queste dai propri paesi natali, spinge spesso molti appassionati a prediligere – seppur a malincuore – l’opzione “Netflix”. Essi sono così costretti a ricercare la versatilità registica di un autore come Alfonso Cuarón tra i pixel di uno smartphone, o di un computer. Dopotutto, per quanto tendiamo a dimenticarcelo, Cuarón è uno dei cineasti più innovativi e prolifici degli ultimi anni. Un visionario capace di puntare al cielo con “Gravity” e poi ritornare al dolore della terra con “Roma”, raccontare l’intimità erotica dei giovani (“Y tu mamà tambièn”), e le lotte interiori di piccoli maghetti (“Harry Potter e il prigioniero di Azkaban”). È un regista che non muove semplicemente la cinepresa, ma la stringe tra le mani come un pittore fa con un pennello. I suoi film sono critiche sociali ambientati in futuri distopici (“I figli degli uomini”) o sguardi discreti che ammirano con rispetto i drammi personali di uomini e donne così poco adatti al mondo del cinema perché troppo ordinari (“Roma”). Ed è proprio “Roma”, un memoir sulla sua famiglia e sul suo Messico e che ha regalato a Cuarón il Leone d’oro alla scorsa Mostra del cinema di Venezia, che grazie all’unione di Netflix e la Cineteca di Bologna tutti possono ora vivere e amare. Poco importa se per molti la sala non è quella cinematografica, ma da pranzo, o se i pop-corn non sono quelli profumati del cinema, ma quelli cotti al microonde. La rivoluzione Netflix non impedisce allo spettatore di sognare in grande. Tutt’al più aiuta il cinema a credere in se stesso, a sfidare i propri limiti e ripristinare un coraggio realizzativo e di produzione che sta venendo sempre meno. Ed è quando questi due volti di una stessa medaglia si uniscono che la magia rinasce e con essa, paradossalmente, la voglia di andare al cinema. Lo dimostra il caso di “Sulla mia pelle”, e adesso grazie a Cuarón, di “Roma”.