Uomo picchia rom che rubava, vagone della metro si scatena contro giornalista ‘paladina’

Uomo picchia rom che rubava, vagone della metro si scatena contro giornalista ‘paladina’

7 Dicembre 2018 0 Di il Cosmo

Picchiata senza che nessuno intervenga. Tranne una persona, di professione giornalista, messa immediatamente alla gogna. È successo nella metro di Roma, ormai una vera e propria giungla. La stessa Giorgia Rombolà, reporter di Rai News24, ha raccontato su Facebook l’accaduto. “Questo è successo a me e non a qualcun altro. È successo su un treno della metro diRoma. Fermi a una fermata, urla, trambusto, il pianto disperato di una bambina”. L’aggressione è avvenuta mercoledì 5 dicembre.

“Una giovane, credo rom, tenta di rubare un portafogli. La acciuffano e ne nasce un parapiglia, la bambina cade a terra, sbatte sulvagone. Ci sono già i vigilantes a immobilizzare la giovane (e non in modo tenero), ma a quest’uomo alto mezzo metro più di lei, robusto (la vittima del tentato furto?) non basta. Vuole punirla. La picchia violentemente, anche in testa”. A questo punto, Rombolà decide di intervenire per difendere la giovane rom da un vero e proprio linciaggio. Sul treno, per questo suo atto, viene insultata dai passeggeri che si schierano chiaramente dalla parte di chi stava picchiando duro sulla testa della rom.

Questa è la civiltà italiana di oggi, aizzata a dovere da chi di professione dovrebbe fare altro? L’aggressore tira via la giovane rom ai vigilantes prendendola per i capelli, la strattona e la sbatte contro il muro“due, tre, quattro volte”. La bambina inizia a piangere. Rombolà a muso duro contro l’aggressore: “Solo adesso penso che con quella rabbia mi avrebbe  potuto ammazzare colpendomi con un pugno”.Risalita sul treno, la reporter trova un sentimento d’odio diffuso nei suoi confronti. “Un tizio mi insulta, dice che l’uomo ha fatto bene, che così quella stronza impara. Due donne (una straniera) mi dicono che così bisogna fare, che evidentemente a me non hanno mai rubato mai. Argomento che c’erano già i vigilantes, che non sono per l’impunità, ma per il rispetto, soprattutto davanti a una bambina. Dicono che chissenefrega della bambina, tanto rubano anche loro, anzi ai piccoli menargli e ai grandi bruciarli”.

E ancora: “Un ragazzetto dice se c’ero io quante mazzate.Dicono così. Io litigo, ma sono circondata. Mi urlano anche dai vagoni vicini.E mi chiamano comunista di merda, radical chic, perché non vai a guadagnarti i soldi buonista del cazzo. Intorno a me, nessuno che difenda non dico me, ma i miei argomenti. Mi guardo intorno, alla ricerca di uno sguardo che seppur in silenzio mi mostri vicinanza. Niente. Chi non mi insulta, appare divertito dal fuori programma o ha lo sguardo a terra. Mi hanno lasciato il posto, mi siedo impietrita. C’è un tizio che continua a insultarmi. Dice che è fiero di essere volgare. E dice che forse ci rivedremo, chissà magari scendiamo alla stessa fermata. Cammino verso casa, mi accorgo di avere paura, mi guardo le spalle. E scoppio a piangere. Perché finora questa ferocia l’avevo letta, questa Italia l’avevo raccontata. E questo, invece, è successo a me”.

Era più che giusto lasciar parlare i fatti, lasciare che la giornalista raccontasse. Il giudizio è uno soltanto: siamo diventati un popolo razzista, xenofobo, che odia il diverso. Che vuole farsi giustizia da solo, a costo di uccidere. Che non ammette che esista anche il grigio, ci sono soltanto bianco e nero. Che se c’è una voce fuori dal coro, viene coperta da fischi e pernacchie. Come sui social, in metropolitana. A Roma. Ma potrebbe essere in qualunque altra città italiana. Che squallore.

di Alessandro Pignatelli