Legale accusato di masturbarsi: arrestato e poi assolto con formula piena, nei guai il poliziotto

Costretto a fare pipì in pubblico da problemi di salute, ma scambiato per un maniaco in atto di masturbarsi mentre i bambini transitavano in parco Sempione. Adesso, l’imputato – un avvocato di Milano – è stato assolto perché il fatto non sussiste e il poliziotto autore dell’arresto si ritrova nei guai con le accuse di falso e calunnie.

Come avrete capito, siamo davanti a una di quelle notizie da ‘film’. Un innocente messo alla gogna, persino sottoposto ad arresto per ‘atti osceni in luogo pubblico’, dopo essersi preso pure uno schiaffo da chi dice di averlo inseguito fino alla Stazione di Cadorna, mentre il legale era semplicemente tornato nell’androne del palazzo dove ha sede il suo ufficio, invitando le forze dell’ordine a seguirlo per vedere i suoi documenti d’identità.

Altro che maniaco colto in flagrante, quella dell’uomo è diventata una vera e propria persecuzione da parte dell’agente. Nonostante l’arresto non sia stato infatti convalidato dal giudice, si è svolto lo stesso il processo che, alla fine, ha assolto con formula piena la vittima. E ora gli atti sono stati trasmessi alla Procura milanese affinché valuti se procedere contro il poliziotto che firmò il verbale d’arresto lo scorso 6 agosto.

Ma vediamo la giornata nel dettaglio. O meglio, come è stata descritta dai poliziotti e come si è svolta veramente. Si dice: la Volante nota un uomo con i pantaloni abbassati che “stava ponendo in essere l’arte della masturbazione, incurante del passaggio di bambini nel Parco Sempione”. I due agenti consigliano al ‘maniaco’ di smetterla: “Tentano invano di chiedere al reo di desistere dal fare l’illecito”. L’uomo, però, decide “di darsi a repentina fuga”, rincorso dai poliziotti “lungo tutto il Parco fino al raggiungimento della Stazione Cadorna”. Per confondersi nella folla? Assolutamente no.

Dall’androne dello studio legale iniziano quelle che paiono essere bugie scritte nel verbale. O meglio, nel processo celebrato, prima si è parlato di ‘stranezze’, poi di ‘equivoci’, infine di ‘falsità’. L’uomo viene descritto come “poco collaborativo”, ma è proprio lui a spiegare che lavora in quel palazzo e a invitare i poliziotti a seguirlo in studio per visionare i documenti. “Confermava effettivamente quanto accaduto, dichiarando di essere stato colto da una situazione fisica irrefrenabile”. I legali del perseguitato, Piero Magri e Alessandro Racano, mostrano le cartelle cliniche sin dal giorno della non convalida dell’arresto: l’accusato non poteva attendere quando aveva lo stimolo di orinare a causa di un problema di salute.

Non basta. “Non disponendo di un avvocato di fiducia” si legge nel verbale, “ne viene nominato uno d’ufficio”. L’uomo aveva chiesto di nominare i suoi colleghi dello studio, ma non gli era stato consentito. “Non esprimeva la volontà di notiziare alcun familiare o affine”, ma non è vero neanche questo. “Bloccava il suo telefonino”, quando in realtà erano gli agenti a sequestragli il cellulare e a spegnerlo, senza poterlo riaccendere non avendo il codice. Il portiere dello stabile di piazza Cadorna riferirà poi che, nella fase iniziale, l’uomo aveva rimediato uno schiaffo dal poliziotto; quest’ultimo, il giorno dopo, si recherà nello stesso condominio per controllare se, oltre a una telecamera rotta, ce ne fossero altre che avevano ripreso la scena.

A settembre si va a processo (ma perché?). L’accusa non è mai rappresentata da un pm della Procura, ma sempre da un viceprocuratore onorario. Ed è questa, Monica Cavassa, che conclude per la richiesta di assoluzione. Così come è lei a segnalare le stranezze che sembrano celarsi nei verbali: “Non per errori in buona fede, ma per un errore evidente e tuttavia non corretto in non buonafede”. La giudice Anna Zamagni va nella stessa direzione, assolve l’imputato perché il fatto non sussiste e trasmette alla Procura gli atti del processo: saranno i pm ora a valutare se il poliziotto che ha firmato l’arresto ha detto la verità sia allora sia durante il dibattimento. O se abbia piuttosto commesso reati gravi come la calunnia e il falso. Una volta tanto la storia non finisce come nei film: l’innocente è salvo.

di Alessandro Pignatelli

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