Alla scoperta dei film natalizi: la vita è meravigliosa

Alla scoperta dei film natalizi: la vita è meravigliosa

13 Dicembre 2018 0 Di il Cosmo

di Elisa Torsiello –

Analisi del film di Frank Capra

Vi sono film che, per tematica o ambientazione, vengono infusi di un forte sapore natalizio e per questo guardati e apprezzati per il significato che nascondono, più che per la loro qualità realizzativa; e poi ci sono i film belli che con il passare del tempo, diventano per magia simboli di festa e prerogative essenziali alla buona riuscita di un altro Natale passato in famiglia. Sono colonne portanti della nostra infanzia, pellicole la cui solo presenza sullo schermo rende tutto più magico, più famigliare, più natalizio. “La vita è meravigliosa” (“It’s a wonderful life”) rientra sicuramente in questa seconda categoria. Tratto dal racconto “The Greatest Gift”, scritto nel 1939 da Philip Van Doren Stern, il film esce nelle sale nel 1946 e sebbene ottenga poco successo al botteghino, con il tempo si impone come uno dei film più ispiratori e amati del cinema americano, raccogliendo intorno a sé un interesse e un apprezzamento tale da considerarsi molto più che un cult. L’opera di Frank Capra è a oggi un must per ogni cinefilo, ma soprattutto per tutti quei spettatori che, accoccolati sul divano di casa, desiderano sentire il vero spirito del Natale. La presenza dell’angelo come deus ex machina capace di salvare la vita del protagonista da un imminente suicidio, l’ambientazione temporale e gli addobbi natalizi che rallegrano la città di Bedford Falls, il bene che trionfa sul male hanno fatto del film di Frank Capra un’opera imprescindibile nel palinsesto televisivo che ci accompagna in questi giorni di festa.

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A prestare il proprio corpo (ma soprattutto la propria immagine divistica) al piccolo banchiere George Bailey, Frank Capra chiama a sé – e per la terza volta, dopo “Mister Smith va a Washington” e “L’eterna illusione” – James Stewart. Non vi era attore migliore per interpretare questo ruolo: padre di famiglia, uomo dedito al lavoro e al sacrificio per il prossimo, uno dei pochi esempi di giovani imprenditori che alle proprie aspirazioni giovanili di «fare qualcosa di più grande, di più bello» antepone i propri doveri famigliari, dirigendo la società di famiglia (la “Bailey’s Buildings and Loans”) con l’intento di salvarla dalle aspirazioni espansionistiche del capitalista Henry F. Potter, Stewart non solo rivestì un ruolo che da lì a due anni si ritrovò a svolgere anche nell’intimità della propria vita privata, ma perfettamente corrispondente all’idea che il pubblico aveva di questo attore. Viso pulito, eroe di guerra (Stewart servì nelle forze aeree americane durante la Seconda Guerra Mondiale), James Stewart incarnava l’immagine del perfetto cittadino americano, tutto casa e lavoro. Nessuno scandalo a sporcare la propria condotta mediatica e personale; nessun dramma a scuotere la vita di questo interprete.

Capra sapeva che nessun altro attore avrebbe potuto regalare una performance così credibile, senza per questo cadere nel mieloso o nel grottesco. Quello di George non è un personaggio facile da portare sullo schermo. In lui si combatte una lotta continua tra aspirazioni personali e un forte senso di altruismo. Sarà proprio questo aspetto generoso e ligio al dovere che per quanto invidiabile, lo condurrà sul baratro del suicidio. Certo, è solo grazie all’intervento dell’angelo Clarence e alla solidarietà di tutti i cittadini che George rinuncerà al suo drammatico progetto iniziale. Eppure, analizzando a fondo la natura dei punti di svolta nella vita di Geroge, ciò che ne risulterà è una sequela di molteplici conseguenze innescate dall’amore e dall’aiuto che lo stesso George aveva riserbato alla propria cittadina e a Dio, le stesse che lo condurranno a un passo dalla morte.  Un turning point che di natalizio ha ben poco.

Questo sentirsi parte di una società, e il condurre una vita famigliare serena nonostante tutte le avversità, sono aspetti inderogabili nella visione artistica e personale di Capra. Una ricorrenza tematica e stilistica che il regista ripropone anche qui grazie a uno studio ben calibrato dell’aspetto più propriamente filmico dell’opera, con tagli di inquadratura e raccordi di montaggio mai banali, ma significanti. Se è dunque il personaggio di George a trovarsi in campo, il piano di ripresa risulterà di ampio ripreso, così da inglobare al suo interno altri personaggi. L’indole amichevole e solidale di George è cioè rappresentata dalla presenza di altri attanti (sua moglie Mary, membri della famiglia, amici) con cui il protagonista si ritrova a parlare, a sfogarsi, o a condividere battute e geniali frecciatine degne delle migliori commedie brillanti del tempo. Al contrario, per esacerbare l’insaziabile sete di guadagno di Potter, e il suo auto-compiacimento per un’avarizia senza eguali, Capra presenta la nemesi di George come un uomo senza famiglia, un perfetto misantropo totalmente incapace di intrattenere alcun tipo di comunicazione interpersonale. Questo essere – e voler restare – solo è sottolineato anche da una serie di primi piani, o riprese a mezza-figura, che isolano il personaggio all’interno dell’inquadratura. Una sovrapposizione tra esistenza filmica e diegetica, dove la poca intenzionalità del personaggio di condividere le proprie emozioni o sentimenti – e men che meno le proprie ricchezze – si ritrova nell’incapacità di condividere con qualsiasi altro personaggio lo schermo cinematografico. A mostrare metaforicamente la psiche e l’interiorità avida e accecata dalla cupidigia di Potter, ci pensa anche l’incubo della cittadina di Pottersville, ossia la visione offerta a George dall’angelo Clarence, di come si sarebbe ridotta la cittadina di Bedford Falls se George non fosse mai nato. Uscita direttamente da un film noir, Pottersville è la perfetta proiezione urbanistica dell’animo corrotto del suo capo supremo. A dominare ogni strada, ogni via, ogni vicolo sono il caos, l’egoismo, la sregolatezza mista a criminalità, indifferenza e disoccupazione. Prima di Capra, solo Orson Welles era riuscito a dare con “L’Orgoglio degli Amberson” (1942) un’immagine così allarmante della corruzione e del declino delle piccole cittadine, racchiudendole tra reti domestiche e paesaggistiche.

Quello apportato nei confronti dei due protagonisti è un approccio registico differente e personalizzato che permette a Capra non solo di caratterizzare i due diversi personaggi, ma di indirizzare anche il proprio pubblico verso una facile individuazione di quelli che sono definibili come il “buono e cattivo capitalismo”.

Ne “La vita è meravigliosa” George Bailey e il Signor Potter vanno a incarnare il buono e il cattivo tempo della vita umana. Denso di significati e altamente moralistico, il film vuole essere un monito all’essere umano circa le disastrose conseguenze che la sete di potere e l’amore per i soldi possono portare. Meglio dunque vivere una vita come quella di George, così ricca di amore e un po’ meno di denaro. Il cinema, ricordiamolo, lavora prettamente sull’immagine; non deve dunque sorprndere se l’escamotage trovato da Capra per dar vita a questo sistema astratto di “giusto contro sbagliato” abbia trasformato il suo La vita è meravigliosa in uno dei film natalizi per antonomasia.