Davide Bomben: “Il presepe è un ponte che mette in comunicazione le culture”

Davide Bomben: “Il presepe è un ponte che mette in comunicazione le culture”

13 Dicembre 2018 0 Di il Cosmo

Davide Bomben: “Il presepe è un ponte che mette in comunicazione le culture”

Quest’anno mai, quanto gli altri, le polemiche sul fare o meno il presepe a casa propria o nei luoghi pubblici si sta diffondendo in un dibattito che non risparmia nessuna iniziativa. Lunedì scorso, 10 dicembre, è stato presentato ufficialmente ad Ivrea “Presepi in città, Concorso di Presepi a Ivrea” per bimbi di età compresa tra i 4 e i 13 anni, invitati a realizzare, utilizzando materiali di varia natura ma soprattutto la fantasia, presepi che verranno esposti e votati da una giuria e il cui ricavato sarà devoluto in beneficenza al centro Mammadù in Namibia. L’invito è stato rivolto anche alle scuole che hanno deciso di non aderire nel rispetto della diversità religiosa di molti alunni stranieri, ribadendo la laicità della scuola pubblica italiana. Da qui polemiche a botta e risposta sui giornali che hanno ingigantito la parte sbagliata della notizia. Nessuno ha chiesto a Davide Bomben, presidente dell’Associazione Italiana Esperti D’Africa e ideatore del concorso, che cosa effettivamente ha cercato di proporre. Bisogna fare una premessa per capire Aiea. Nata circa 10 anni fa ha sede a Torino e all’epoca della creazione Bomben viveva ancora ad Ivrea. L’associazione si occupa prevalentemente di conservazione della fauna mammifera africana, soprattutto quella a rischio di estinzione a causa di bracconaggio, ma non solo.


Di che cosa si occupa Aiea?

Non dobbiamo assolutamente dimenticarci che un problema che nasce dal conflitto tra gli animali e l’uomo, deve per forza comprendere anche l’uomo nella sua soluzione. Ecco che quindi sviluppiamo all’interno della nostra attività, dove la prevalenza è quella della conservazione, progetti legati alle popolazioni, legate a doppia mandata alla biodiversità. Ci siamo resi conto negli anni che il bracconiere non va ad uccide re gli animali scegliendoli più o meno vicini a casa, ma possono arrivare dappertutto quindi abbiamo deciso di puntare sempre di più sui bambini, perchè sono gli adulti del futuro. Sono le persone con le quali è giusto poter creare un dialogo, rendendoli partecipi in primissimo piano, in quella che è l’attività di conservazione.

Un esempio di progetto?

Per fare questo ci siamo inventati tante cose, come dare l’opportunità ai cuccioli d’uomo di andare a visitare i luoghi dove noi ci occupiamo di conservazione. Ad esempio, abbiamo portato i bimbi ospitati dal centro Mammadù, dove da anni ci occupiamo di aiutare, anche grazie ad una onlus nata in Italia. Li abbiamo portati sei giorni, in accordo con il proprietario della riserva dove ci occupiamo di rinoceronti, che ci ha concesso uno dei resort turistici per questi bambini. Sono rimasti folgorati dalla bellezza della natura, tanto che alla successiva domanda: “che cosa vorresti fare da grande?” più della metà dei 40 bambini che erano insieme a noi ha detto “voglio fare il ranger”. Questo è stato il risultato più importante. La conservazione non si fa solamente mettendo dei divieti, ma attraverso la creazione di un’idea verso il futuro.

Perchè è così importante?

I bambini devono crescere con la consapevolezza che gli animali sono il loro futuro. Il turismo in Africa sviluppa più o meno sei milioni di posti di lavoro e sono numeri straordinari. Devono tutelare queste ricchezze, che sono gli animali e la biodiversità in generale. Per noi ha acquisito un termine nuovo, che è bioricchezza. Questo perchè la ricchezza effettiva che può essere calcolata molto immediata ce l’ha raccontata l’Organizzazione Mondiale del Turismo: ogni 22 turisti che si recano in un paese africano per fare un tour di almeno una settimana, si crea un posto di lavoro. È straordinario, perchè condivide questo concetto della nostra associazione: non esiste un presente, se non c’è un futuro. Se non si aiutano i bambini anche dopo i 17 anni, quando escono da orfanotrofi e centri vari, poi bisogna dargli qualcosa. Vogliamo dare un valore all’animale vivo, che sia superiore all’animale morto. Noi ci impegnano anche per questo, siamo concreti e siamo stufi di chiacchiere e convegni che non risolvono nulla.

Alla luce di tutto questo, perchè proporre un concorso sui presepi a Ivrea?

Tutto nasce fondamentalmente lo scorso anno, periodo, tra novembre e dicembre, in cui eravamo istruttori anti-bracconaggio all’interno di una riserva privata in Namibia. L’8 dicembre, come tutto il mondo italico fa, si prepara il classico albero di Natale. Noi eravamo in un luogo dove l’albero di Natale con le nostre famiglie, non potevamo farlo. Giustamente uno dei miei figli mi dice “sai papà l’albero di Natale non lo facciamo insieme la sera, almeno facciamo il presepe”. Ho sentito molto forte l’idea del presepe, anche se non sono molto religioso. In qualche modo mi ha fatto tornare bambino, quando il presepe lo facevo, non comprando le classiche statuine, ma con le mie mani, andando a cercare il muschio e costruendo la casetta. È una cosa estremamente tangibile. L’albero di Natale prendi le palline e le metti sopra. Il presepe è molto di più di abilità manuale. I ragazzi africani sono dei mostri dal punto di vista della manualità. Fanno delle cose straordinarie. Quindi per quale motivo non prendere il presepe, massima espressione di arte figurativa, e trasformarla in un progetto che faccia da ponte? Non dobbiamo pensare solamente ai bimbi italiani che prepareranno i loro presepi per raccogliere soldini, abbiamo ricevuto anche donazioni da privati per questa nostra idea. La mia intenzione è di dare a questi bimbi italiani l’opportunità di conoscere che c’è altro oltre il cellulare, i videogiochi e Babbo Natale che ti porta i regali. Esiste un mondo che molte volte ci dimentichiamo.

Un progetto per andare oltre le barriere…

Con il fatto dei migranti i nostri bambini sono esposti ad un’Africa sempre negativa. Non è così. L’Africa è tutta un continente, con diverse realtà anche di economie stabili, legate al turista, che non va a vedere cose brutte. L’Africa è fatta soprattutto di cose belle. Noi abbiamo fatto fare il presepe a Mammadù, non con le statuine, ma personale, con i bambini. Uno scatto che sembra quasi il Paradiso. Volevo dare l’idea della bellezza del continente africano attraverso uno strumento, un atto pratico per farsi capire dai bambini. Cosa c’è di più pratico del costruire insieme un presepe, con un messaggio molto importante, di famiglia, unione? Un progetto che fosse condiviso: i bambini italiani fanno un presepe, i bambini africani fanno il loro personale e si scambiano le immagini. Quelle dei bambini italiani saranno messe nel centro di Mammadù, così che i bimbi che sono lì possano vederli e capirli e magari costruirli anche loro.

Più che un simbolo religioso, quindi diventa un simbolo di dialogo?

Il presepe diventa un ponte. Non sono un religioso e non lo sarò mai. Io, per quello che faccio nella vita, sono armato dal mattino alla sera per salvare gli animali. Nonostante questo sono convinto che il presepe dia un messaggio, perchè è uno strumento. È vero che non si può portare in giro, ma non è nemmeno impossibile: noi stiamo aspettando un presepe africano portato da un mio collega direttamente dall’Africa. Questo sarà uno dei presepi esposti, come quello preparato dai figli dei ranger volontari italiani che vanno a lavorare là. Questo progetto era nato come arricchimento per i bambini delle scuole, ma è un messaggio che non è stato capito: i bambini che vinceranno avranno l’opportunità di andare a Zoom, con me e un altro ranger, persone che vivono l’Africa in maniera un po’ diversa, toccando con mano ad esempio i rinoceronti. Io avrei voluto che ci fosse uno sviluppo più concreto e molto meno chiacchiere sulla religione e sui racconti che sono venuti fuori. Come al solito si è strumentalizzato una cosa che poteva essere carina. Non c’è nessuna dietrologia. Io passo sei mesi all’anno della mia vita a salvare gli animali in Africa e dovrei avere una dietrologia su un progetto per bambini?