Dichiarazione Universale dei Diritti Umani, un compleanno amaro

di Federico Bodo –

Era il 10 dicembre del 1948 quando l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite sottoscriveva a larghissima maggioranza la Dichiarazione Universale dei Diritti Umani. In tutta Italia alcuni, sottovoce, l’hanno ricordata nelle piazze, quasi come si vergognassero di ricordare il documento morale fondante la civiltà occidentale moderna.

La Dichiarazione nasce dall’evidente necessità nel secondo dopoguerra di porre limiti e paletti alla relatività della morale imperante nelle filosofie di inizio Novecento. Le atrocità dell’Olocausto hanno definitivamente chiarito quale linea di confine, netta e sconcertante, sia invalicabile: pena la violazione del vero proprio principio di umanità. Diventerà presto parte delle fondamenta del Diritto moderno, costringendo qualunque realtà che non intenda adeguarsi al confine posto ad una condizione di biasimo e condanna generale.

Eppure lo scorso lunedì 10 dicembre nel celebrare il settantesimo anniversario della Dichiarazione la voce dei manifestanti pareva troppo bassa, quasi stanca, soverchiata dalle grida ancora troppo forti di chi nel nostro mondo ancora vede i propri Diritti fondamentali calpestati senza alcun ritegno, assimilando troppo facilmente la vita umana a quella di un qualsiasi animale. E proprio il mondo occidentale, autoproclamatosi maestro e condottiero della morale “migliore”, più “evoluta”, chiude un occhio e sussurra proteste quando il Presidente Trump ordina la carcerazione in gabbie per umani di bambini irregolarmente immigrati e separati dalle proprie famiglie; sposta lo sguardo altrove mentre migliaia di esseri umani vengono torturati e sfruttati senza ritegno dalle bande armate libiche; finge e ostenta distrazione quando aerei alleati bombardano civili in zone di guerra.

La Dichiarazione Universale dei Diritti Umani ha salvaguardato la pace più duratura della storia dei nostri Stati per decenni, e forse, come spesso accade a ciò che i nostri nonni e bisnonni hanno guadagnato con sudore e sangue, abbiamo cominciato a darla per scontata: c’è, nessuno la può violare, e se qualcuno lo fa sicuramente verrà punito. Invece pare che con il tempo e il disinteresse generale per quella linea di confine un tempo così netta, prima alcuni e poi una moltitudine abbiano ritentato di assottigliare questa linea oltrepassandola a passo felpato qua e là, per vedere se fosse possibile riappropriarsi del fondamento della relatività assoluta della morale umana, scoprendo sé stessi molto più simili alla bestia che al bambino in ognuno di noi.

Avere coraggio di avere paura di sé stessi è un valore a cui nessuno dovrebbe rinunciare. Gridiamolo, smettiamo di sussurrare.

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