Global Compact: 164 Paesi firmano l’accordo di Marrakech. Per l’Italia è l’ennesima occasione persa

di Martina Cera –

L’accordo che nella giornata di ieri è stato firmato a Marrakech è, probabilmente, lo strumento più innovativo mai pensato in materia di gestione dell’immigrazione.

Il Global Compact for Migration prende le mosse dal report “Making migration works for all” pubblicato dalle Nazioni Unite nel dicembre 2016, che ne contiene i principi ispiratori. L’idea delle migrazioni come un fenomeno di massa, continuativo, necessario per ridurre le disparità economiche tra Nord e Sud del mondo fino a qualche anno fa non avrebbe suscitato particolare scalpore. Sembrava che, da metà degli anni ’90, la maggior parte della popolazione mondiale avesse fatto i conti con il fenomeno della globalizzazione e che anche le voci più critiche in merito lo considerassero come irreversibile. Dopo la crisi finanziaria del 2007-2008 e l’esplodere di nuovi e più sanguinosi teatri di conflitto a seguito delle cosiddette Primavere arabe, responsabili dello spostamento forzato di milioni di persone in fuga dalla guerra, l’idea di un mondo in cui capitali, beni e persone potessero muoversi liberamente ha iniziato a suscitare sentimenti di paura e chiusura. Sentimenti di cui si sono nutriti i partiti nazionalisti che dagli Stati Uniti di Trump all’Europa dell’asse di Visegrad hanno fatto promesse elettorali basate sulla chiusura delle frontiere e su pesanti regolamentazioni alla libera circolazione delle persone.

Quando nel 2016 gli Stati membri delle Nazioni Unite si sono riuniti a New York per dare l’avvio ai lavori per il Global Compact le visioni populiste erano ancora minoritarie. Da qui la differenza, in termini numerici, tra chi ha aderito due anni fa all’accordo presentato all’ONU e chi invece ha deciso di non recarsi al summit di Marrakech.

Il Global Compact si basa sull’idea che la questione migratoria non possa essere affrontata dai singoli Paesi, lasciandone tutto il peso su chi si trova a governare uno Stato di frontiera, ma che questa responsabilità vada condivisa. Il documento, così come è stato presentato a Marrakech, contiene vari obiettivi: la lotta alla xenofobia e allo sfruttamento, il contrasto del traffico di esseri umani, il potenziamento dei sistemi di integrazione, nuove garanzie economiche all’assistenza umanitaria e ai programmi di sviluppo, procedure di frontiera che rispettino il diritto internazionale. I suoi 23 obiettivi prevedono la partecipazione degli Stati firmatari, di numerosi enti e della società civile, nonché il pieno sostegno delle Nazioni Unite e delle agenzie ad essa collegate attraverso uno United Network on Migration.

I principi ispiratori dell’accordo contribuiranno in modo attivo all’applicazione dell’Agenda ONU 2030, il documento programmatico adottato in sede ONU nel 2015 che contiene i 17 Obiettivi di Sviluppo Sostenibile. L’obiettivo 10.7, a cui guarda il Global Compact, parla proprio di “facilitare un’ordinata, sicura, regolare e responsabile mobilità delle persone attraverso l’implementazione di pianificate politiche per l’immigrazione”.

Dopo 18 mesi di negoziazioni il summit di Marrakech avrebbe dovuto riconfermare, da parte dei 190 Paesi membri delle Nazioni Unite, gli impegni presi a New York nel 2016. Già nel corso del 2017, tuttavia, numerosi Stati hanno deciso di ritirarsi dall’accordo. I primi sono stati Australia, Paese noto per avere politiche di regolamentazione in ambito migratorio molto rigide, e Stati Uniti. Nel Luglio 2018, invece, è iniziata la deriva europea: Ungheria e Austria, a cui hanno fatto seguito Repubblica Ceca, Polonia, Slovacchia e Lettonia. Più di recente anche Cile e Santo Domingo hanno deciso di non partecipare al summit, questi ultimi opponendosi a causa della necessità di controllare il confine con Haiti, in emergenza umanitaria dal 2010.

La partecipazione dell’Italia, che ha preso parte attivamente ai negoziati negli ultimi due anni, è stata garantita fino a qualche settimana fa, quando il Ministro dell’Interno Salvini ha dichiarato di essere contrario all’accordo che metterebbe sullo stesso piano “migranti economici”, una definizione priva di qualsiasi riscontro sul piano del diritto internazionale, e rifugiati. Le dichiarazioni di Matteo Salvini hanno anticipato quelle del premier Conte, il quale ha rapidamente dovuto fare marcia indietro sulla sua partecipazione, data per scontata, al summit.

L’Italia, come la Svizzera, ha deciso di sottoporre un’eventuale adesione all’accordo al dibattito parlamentare rinunciando così a prendere parte ad un’altra discussione, quella al tavolo dei negoziati. È indubbio, infatti, che non partecipando al summit il nostro Paese si sia privato dell’opportunità di dare la propria opinione sul tema.

Un’altra occasione persa, dunque, e una linea diplomatica sempre più vicina a quei Paesi – come Ungheria e Austria, che dal punto di vista della gestione delle migrazioni avrebbero tutto l’interesse a non prendersi nessuna responsabilità, lasciando tutto il peso a chi, come l’Italia, si trova ad occupare la frontiera esterna dell’Unione.

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