Russia e Ucraina: non cessano le tensioni dopo l’episodio nello stretto di Kerch

di Martina Cera –

Russia e Ucraina sono in guerra dall’annessione unilaterale da parte russa della penisola di Crimea nel 2014. Le tensioni tra i due Paesi sono sfociate in un conflitto diretto nel Donbass, nell’Est dell’Ucraina, tra governativi e separatisti filorussi, che ha portato alla morte di oltre 10.000 persone malgrado il cessate il fuoco concordato con la mediazione di Germania e Francia nel 2015. Nel frattempo, con un referendum, le auto-proclamate “Repubblica popolare di Donetsk” e “Repubblica Popolare di Luhansk” hanno dichiarato la propria indipendenza dall’Ucraina. L’atto, unilaterale e privo di qualsiasi effetto dal punto di vista del diritto internazionale, ha provocato un’escalation di violenza su larga scala e sistematiche violazioni dei diritti umani in tutta la regione del Donbass.

L’ultima crisi tra Mosca e Kiev si è svolta in un punto strategico per entrambi i Paesi: lo stretto di Kerch. Si tratta dell’unico passaggio dal Mar Nero al Mare d’Azov, attraversato da un ponte lungo quasi 20 chilometri, inaugurato quest’anno, che unisce fisicamente la Russia alla Crimea.

La costruzione del ponte è stata fortemente criticata da Kiev, secondo cui la struttura viene utilizzata per ritardare il passaggio delle navi e danneggiare l’economia ucraina. Nonostante nel Mare d’Azov ucraini e russi potrebbero navigare liberamente sulla base di un trattato risalente al 2003, che stabilisce per quella zona lo status di “acque internazionali”, seppur con l’obbligo per entrambi i Paesi di segnalare il passaggio delle navi militari al suo interno, dalla costruzione del ponte il passaggio delle navi ucraine è fortemente limitato dlla presenza russa.

Lo scorso 26 Novembre tre motovedette ucraine trainate da un rimorchiatore hanno cercato di attraversare lo stretto senza segnalare la propria presenza alle autorità di controllo, provocando la reazione della Marina di Mosca e di alcuni cacciabombardieri. Tra le unità militari ucraine e quelle russe si sarebbe generato uno scontro a fuoco che avrebbe provocato il ferimento di due marinai e il sequestro delle motovedette.

I 24 militari ucraini a bordo delle navi sono stati arrestati e tenuti per diversi giorni in un carcere in Crimea. Tre di loro sono stati ripresi in un video, diffuso poi dai servizi di sicurezza russi e pubblicato dalla BBC, in cui ammettevano il “carattere provocatorio” dell’operazione. La risposta dell’Ucraina non si è fatta attendere: dopo aver dichiarato, tramite il portavoce della Marina, che le testimonianze sarebbero state estorte con la forza e che i militari sarebbero stati costretti a mentire, ha imposto la legge marziale nelle regioni confinanti con la Russia e allertato l’esercito.

Dopo giorni di crisi, trattata anche alla riunione NATO di Bruxelles del 4 dicembre, le tensioni si sono acuite con la decisione da parte del premier ucraino Petro Poroshenko di recedere dal trattato di amicizia con la Russia del 1997, un documento fondamentale per le relazioni tra i due Paesi. Con l’avvicinarsi delle elezioni presidenziali, previste in Ucraina per marzo 2019, Poroshenko potrebbe avere intensione di utilizzare la crisi con la Russia per distogliere l’opinione pubblica dai reali problemi del Paese, tra i quali spicca una corruzione endemica che coinvolge soprattutto le più alte cariche dello Stato.

Se Poroshenko predilige la linea dura per scopi elettorali lo stesso si può dire di Vladimir Putin, il quale non ha esitato ad utilizzare l’episodio di Kerch per dimostrare in patria e all’estero di avere pieno controllo del Paese. Il Presidente russo, difatti, ha riacceso la miccia delle tensioni a pochi giorni dal G20 di Buenos Aires, che si è svolto in un momento in cui la sua popolarità ha subito una contrazione dovuta ad un’impopolare riforma delle pensioni.

Gli alleati occidentali dell’Ucraina, d’altro canto, si sono ben guardati dall’esprimere il proprio sostegno a Kiev. A parte alcune rimostranze in sede ONU né Donald Trump né nessuno degli altri leader convolti nel vertice di Buenos Aires hanno fatto qualcosa di diverso oltre all’esprimere una tiepida indignazione per il comportamento russo nel mare d’Azov, lasciando libero il campo ai provvedimenti più duri presi da entrambe le parti.  

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