Cavatassi: andata e ritorno dall’inferno

Tornerà a breve a casa Denis Cavatassi, in carcere in Thailandia dal 2011 e condannato a morte nel 2016 con l’accusa di aver commissionato l’uccisione del suo socio d’affari, Luciano Butti, insieme ad altri tre thailandesi.

La notizia dell’assoluzione da parte della Corte Suprema thailandese è arrivata direttamente dal numero uno della Farnesina, Enzo Moavero Milanesi. “La buona notizia consentirà a Denis Cavatassi di rientra represto a casa in Italia e di riabbracciare i suoi familiari”. Un graditissimo regalo di Natale.

Butti fu ucciso nella città di Phuket. All’epoca gestiva insieme a Cavatassi un ristorante sull’isola di Phi Phi e vantava dei crediti nei confronti del connazionale. Da qui, il movente secondo le autorità diBangkok. Il momento peggiore cinque anni dopo le manette, con il pronuncia mento per la pena di morte. L’ambasciata italiana a Bangkok ha seguito da molto vicino la vicenda fin dall’inizio. In accordo con il ministero degli Esteri italiano, ha dato assistenza a Cavatassi e ha interagito con le autorità delPaese in cui era detenuto. L’imprenditore ha 50 anni e ha vissuto un autentico calvario, pur dichiarandosi innocente fin dal primo momento.

Butti venne ammazzato con tre colpi di pistola mentre era a Pukhet per la causa di separazione coniugale. Un’esecuzione, con i sicari che l’avevano atteso. All’omicidio seguirono tre arresti, tra i quali un cameriere dipendente del ristorante di proprietà di Cavatassi e di Butti. Il legale dell’italiano dice: “La sentenza di primo grado era scritta su quattro o cinque pagine. Questo dimostra quanto approfondite siano state le indagini. Non ci sono mai stati riscontri, non è stato individuato alcun testimone oculare. Cavatassi era considerato il mandante dell’omicidio, ma il movente non è mai esistito”.


Cavatassi era andato in Thailandia dopo aver collaborato a un progetto di volontariato per lo sviluppo agricolo in Nepal. Durato sei mesi. Periodo che fece venire all’italiano l’idea di fare un viaggio nel sud est asiatico, occasione che gli permise di conoscere Butti, entrando in società. Quest’ultimo stava infatti cercando soci nella ricostruzione di una piccola guest house, andata completamente distrutta dallo tsunami. Investendo una piccola somma, i due decisero di dedicarsi all’attività in inverno. Proseguendo, d’estate, l’attività di agronomo. Qui, però, Cavatassi conobbe pure quella che sarebbe diventata sua moglie e da cui avrebbe avuto Asia, la prima bambina.

Una volta saputo dell’omicidio di Butti, Cavatassi va negli uffici della polizia giudiziaria thailandese come soggetto informato sui fatti accaduti, dando quindi una mano nell’inchiesta. I poliziotti, però, lo arrestano come mandante e, in appena due giorni, chiudono il caso. Per loro, Cavatassi aveva ingaggiato il cameriere per organizzare l’agguato a Butti. Per farlo collaborare, l’italiano avrebbe versato 700 euro, a mezzo bonifico, sul conto del cameriere. Cavatassi giustifica la somma come il normale stipendio percepito dal suo sottoposto, più qualche centinaia di euro di anticipo per problemi familiari. Ma per la polizia c’è altro: ci sono i 200 mila euro cheButti doveva a Cavatassi. Credito sempre smentito dall’accusato.

Cavatassi ha pagato già, considerato che il carcere thailandese ha stanze piccolissime e, in più, le caviglie dei detenuti sono legate e non si può assolutamente comunicare con il mondo esterno. Tranne che per lettera. Se la Corte Suprema si fosse espressa diversamente, la sentenza di morte sarebbe stata eseguita entro fine anno. Tra le tante lettere scritte dall’imprenditore italiano ce ne sono alcune in cui esprime concetti forti: “In questi mesi di inferno ho acquisito la consapevolezza che l’essere umano è dotato di una forte capacità di sopravvivenza”. E ancora: “Per non impazzire, mi sono rifugiato nei libri, nella speranza di ricerca di un barlume di calore sociale. L’istinto di auto conservazione ha acuito, però, con il passare del tempo, le mie capacità intellettive, predisponendomi alla sopravvivenza pura.Il pensiero e la voglia di riabbracciare la mia piccola Asia e la mia famiglia in Thailandia e in Italia, i miei amici che non mi hanno mai abbandonato mi danno la forza di andare avanti e la speranza che la giustizia faccia luce sulla mia innocenza. L’amore mi salva e mi dà la forza di andare avanti e non perdere la testa e le speranze”.

di Alessandro Pignatelli

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