Balli in una ex chiesa? Il Vaticano inizia a prendere posizione

di Alessandro Pignatelli –

L’ex chiesa che diventa una discoteca o magari il luogo per fare un brunch domenicale. Per bersi una pinta di birra. Tutto legale, tutto autorizzato, ma anche tutto bello? La Santa Sede non ci sta e, attraverso il pontificio consiglio per la Cultura, presieduto dal cardinale Gianfranco Ravasi, ha organizzato – con la collaborazione delle Cei e dell’Università Gregoriana – il convegno di fine novembre, 29 e 30, dal nome che dice più di ogni altra cosa: “Dio non abita più qui?”.

A dimostrazione che la Chiesa è preoccupata dal fenomeno, questa è stata la prima volta che l’argomento è stato dibattuto in modo sistematico. Sono arrivati 35 delegati di 23 conferenze episcopali da Europa, America del Nord e Oceania, chiamati poi ad approvare le “linee guida sulla dismissione e il riuso del patrimonio ecclesiastico”. A molti prelati non piace l’idea che si balli su musica scatenata dove una volta si pregava nel silenzio di una parrocchia.

Don Valerio Pennasso, direttore dell’Ufficio per i Beni culturali della Cei, spiega esattamente questo. “Il problema è l’uso profano. La vendita deve essere solo l’extrema ratio per evitare il deperimento”. Altrimenti, meglio cedere in comodato, con il vincolo alla destinazione d’uso. “Dobbiamo garantire un uso sociale, caritativo, culturale che tuteli dignità e dimensione comunitaria del luogo: va bene una biblioteca, una mensa per i poveri, uno spazio per gli anziani o i giovani, non feste, pizzerie o negozio di abiti”.

Fino a questo momento, a dire il vero, il Vaticano ha mostrato un certo lassismo sull’argomento. Delegando molto alle singole parrocchie. Le chiese dismesse, soprattutto se di valore artistico, godono delle regole scritte negli accordi concordatari. A favorirne la cessione, però, è in particolare la posizione, dunque il valore commerciale. E l’indigenza di molte parrocchie. Cedendo la chiesa a un privato, però, diventa poi complicato impedirne le trasformazioni, magari proprio in una discoteca o in un centro commerciale. O, perché no, in una moschea. Il comodato d’uso prevede invece l’intesa con l’istituzione pubblica.

A Milano, in via Piero della Francesca, fino al 1971 c’era San Giuseppe della Pace; dal 2001 è il Gattopardo, un locale. A San Donato Milanese, una chiesa del Cinquecento ospita un ristorante pizzeria. A Genova, l’ex chiesa di Santa Sabina è addirittura una filiale della banca Carige. Dal 2008 al 2013 c’è chi ha fatto della sua arte anche un modo per divulgare questi cambiamenti: il fotografo Andrea Di Martino ha documentato una settantina di ex chiese diventate sport club, negozi di moda, caffè, banche, magazzini. E anche librerie, musei e teatri.

La Cei, che non ha numeri precisi, parla di diverse centinaia di chiese trasformate, numeri comunque di molto inferiori a quelli registrati in altri Paesi, come Francia, Belgio, Olanda, Germania, svizzera, Usa e Canada. In totale, in Italia, ci sono 100 mila chiese, 66 mila sono di proprietà delle parrocchie, alcune migliaia sono di ordini religiosi e confraternite. Sono 820 quelle di proprietà del Fondo edifici di culto (Fec) del ministero degli Interni. Tra queste, ce ne sono di celeberrime come Santa Maria Novella e Santa Croce a Firenze, Santa Maria in Ara Coeli, Santa Maria del Popolo a Roma (nella capitale ce ne sono moltissime). Furono espropriate nell’Ottocento dallo Stato Italiano, come aveva fatto lo Stato Sabaudo in Piemonte.

Il Fec cosa fa di questi luoghi di culto? In alcuni di questi gioielli artistici, fa pagare un biglietto d’ingresso, che ne permette la visita. Anche su questo versante, però, la Chiesa non è contenta. Monsignor Nuzio Galatino, oggi presidente dell’Amministrazione del patrimonio della Sede Apostolica, esclude che possa diventare una soluzione sistematica. “Per i biglietti d’ingresso, alla Cei, sono arrivate moltissime proteste, pur in presenza di una diversificazione tra partecipazione liturgica e percorso turistico. È una questione complessa: gli introiti bastano a malapena a coprire le spese delle cooperative”.

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