I tre sogni cestistici (realizzati) di Mary

di Deborah Villarboito –

Mary Sbrissa quando frequentava le superiori aveva tre sogni legati al suo sport: arrivare in A1 con la sua storica San Martino dei Lupari, giocare in America e vestire la maglia della Nazionale. Esordio in prima squadra, risale a quando aveva solo 15 anni, con il numero 18  ha giocato in tutte le categorie, dalla serie C fino alla A1, spendendo tre anni anche nel campionato universitario statunitense e l’esperienza in Nazionale nel 2015. Una vita per la pallacanestro, insomma, che tuttora la impegna, con nuove sfide sempre accompagnata dal pallone a spicchi.

Come hai iniziato a giocare a basket?

È iniziato tutto per caso. Io in prima media avevo delle compagne di classe che facevano basket a pochi chilometri da casa mia. Andando da una di loro per fare i compiti, ho scoperto che doveva recarsi ad allenamento. Decisi di accompagnarla per vedere dagli spalti. Un allenatore mi ha notato e mi ha chiesto di provare. Da lì è iniziata una passione fortissima che è durata per 20 anni. Ho sempre giocato a San Martino di Lupari, dalla fine della prima media, fino a dopo la quinta superiore. La mia passione è aumentata, mi divertivo sempre di più a giocare, avevo un bellissimo gruppo, ho avuto sempre dei bravi allenatori che mi hanno incentivato a migliorarmi moltissimo. Dentro di me non avevo un obiettivo fisso, quello non so di arrivare in serie A, non avevo subito un idolo cestistico dagli inizi, però avevo sempre questa voglia di migliorarmi, di diventare una giocatrice migliore e con questa idea volevo fare anche un camp durante l’estate.

L’esperienza americana: racconta.

Quando frequentavo le superiori sono andata a fare il camp a Forlì, il World Basketball Sport Center di Sportilia, perchè volevo qualcosa che facesse basket dal mattino fino alla sera. Tra gli allenamenti anche tornei. Io ero stata scelta nella squadra di un allenatore americano, che è rimasto colpito da me per due cose: da una parte la mia capacità di giocare a basket, dall’altra che sapevo molto bene l’inglese (traducevo il time out agli altri compagni). Avevo 15 anni e mi consigliò un esperienza in America. Per altri tre anni sono andata al camp di Sportilia. Nell’ultimo anno, coincidente con quello delle superiori, mi ha proprio detto di fare un’esperienza americana. Ho ricevuto una email da un’allenatrice dell’Università dell’Oregon, dove lui viveva, dicendomi che aveva sentito parlare di me. È venuta a vedermi giocare e io ho deciso di sostenere gli esami per poter essere ammessa. Ho ottenuto una borsa di studio completa. Sono partita nel gennaio 2006 per l’Oregon, dove sono stata per due anni e mezzo. Giocavo nella Pacific Ten, un campionato che ora è diventato Pac12, di “division 1”, ad altissimo livello tra i college. Ho giocato contro il top dal punto di vista sia accademico, sia atletico, visitando un sacco di città, anche al di fuori del mio campionato. Per un anno mi sono anche trasferita a New York, dove ho continuato a studiare e a giocare.


Il ritorno in Italia, a casa San Martino…

Io ho sempre giocato a San Martino. Ho fatto l’esordio in serie C a 15 anni, poi siamo passati in B2, fino alla B1. Nel frattempo che io ero in America, la mia squadra è salita in A2. Mi hanno proposto di tornare in Italia, ho accettato, trasferendo i miei crediti all’Università di Padova, dove mi sono iscritta a Scienze Motorie. Da lì quattro anni in A2 e poi altri quattro in A1, i cui ultimi tre da capitano. Alle superiori, quando i miei desideri si stavano concretizzando, avevo tre grandi aspirazioni: il primo di arrivare in A1 con il San Martino di Lupari, realizzato nel 2013, il secondo di giocare in America. Quando ero piccola vedevo il canale Espn, emittente televisiva statunitense, dove trasmettevano delle partite di college. A me piaceva tantissimo lo spirito di squadra: tutti che si abbracciavano, i tifosi molto presenti, i ragazzi che si incitavano a vicenda, partite sempre tirate…era bellissimo. Vedevo la competizione nello sport che a me piace. Vedevo anche delle videocassette sui play off dei college e da lì è scoppiato l’amore, vedendo il grande livello che c’è. Anche questo sogno l’ho realizzato. Il terzo, vestire la maglia della Nazionale, anche solo per un allenamento. Nell’estate del 2015 sono riuscita a fare questa tournée in Cina con la Nazionale sperimentale e quindi si è realizzato anche questo.

Quando hai sentito che era giunto il momento del ritiro?

Negli ultimi anni in cui ho giocato, ho iniziato anche anche ad allenare, avevo avuto delle richieste per insegnare perchè c’erano diversi posti disponibili come insegnante di scienze motorie. Il fatto di poter tramandare la mia passione è qualcosa che mi è sempre piaciuto: trasmettere agli altri il grande amore che ho per la pallacanestro. La mia esperienza nella grande famiglia allargata di San Martino Lupari e quella americana mi hanno formata come persona, dandomi dei valori, che voglio tramandare ad altri. Ad un certo punto mi sono resa conto che era arrivato il momento di focalizzarmi su quello e di lasciare la pallacanestro giocata. Continuo a vivere di basket, almeno 10 ore sulle 24 della giornata, ad un certo punto, anche con il passare dell’età, ti rendi conto che è venuto il momento di fare un’altra scelta. Ora sono insegnante di educazione fisica e allenatrice di minibasket, quindi bambini dai 5 agli 11 anni, e gestisco un po’ tutto il settore minibasket della società di San Donà di Piave.

Sei stata per molto tempo capitano, come si vive questo ruolo?

È stato un grande onore essere capitano della squadra in cui sono cresciuta. Una grande gioia. Mi è sempre piaciuto aiutare gli altri. Non ci ho pensato. Sapevo solo che questa era una cosa bellissima. Quando me l’hanno detto io, non sono andata in panico. È stata solo una grande gioia e un grande onore. Era la mia squadra ed ero diventata un punto di riferimento di un gruppo importantissimo per me. Questo ruolo mi ha anche formato come persona e fatto venir fuori tratti del mio carattere. Per me il capitano deve tenere unito il gruppo, deve incitarlo, deve sostenerlo nelle difficoltà, deve capire ogni giocatrice, perchè ognuna è diversa e deve instaurare un buon rapporto con tutto l’ambiente che sono tifosi, dirigenti, sponsor, perchè è una figura di riferimento, soprattutto per una squadra di A1, anche a livello di comunità. Sei un modello. Ero anche allenatrice di minibasket, quindi avevo un doppio ruolo di contatto con la comunità.

Il San Martino di Lupari ha ritirato il tuo numero, il 18, dalle competizioni ufficiali, te lo aspettavi?

Quando giocavo, ogni tanto il presidente mi diceva questa cosa, ma la prendevo come una frase messa lì insomma. Un momento un po’ futuro , un’allusione a qualcosa di non concreto. Ad un certo punto. Quando mi sono ritirata ha ricordato tutte le nostre esperienze insieme, la vita sportiva con questa squadra. Vedere nel palazzetto, a cui ho legato tantissimi ricordi, appesa la mia maglia, è un orgoglio e un onore da parte mia. Io ho sempre giocato più per il nome davanti, rispetto al nome dietro sulla maglia, perchè il bene di San Martino è stato sempre il mio primo obiettivo, che la squadra facesse bene: siamo arrivate terze, quinte e quarte in campionato quando ero capitano. Si doveva lottare sempre per un obiettivo comune, che era la vittoria finale e che il movimento di San Martino riuscisse bene e così è stato, nonostante le piccole dimensioni rispetto agli altri club.

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