‘Il tuo dialetto è incomprensibile’, ‘I tuoi nipoti non li capiscono al Nord’

di Alessandro Pignatelli –

‘Lei non sa chi sono io’. Detto in un film o di persona, fa sempre una certa impressione. Pensate se la frase invece fosse: “Lei non capisce cosa dico io”. Farebbe sicuramente un altro effetto, meno aggressivo. Eppure, in alcuni casi, può essere fastidioso sentirsi dire che nel luogo dove sei nato si parla un dialetto che nessuno riesce a capire. É il dialogo, grosso modo, che ho avuto con la mia (quasi) suocera. Una delle tante discussioni animate. Stavo facendo la mia considerazione: “Più scendi, in Italia, più scopri che anche i bambini e i ragazzini parlano in dialetto. Al Nord succede di meno”. Ditemi che non è vero.

Lei, chissà perché, si è sentita chiamata in causa (di certo non è annoverabile tra i bambini o i ragazzini): “Ma perché il nostro non è un dialetto, è più una cadenza”. E su questo possiamo pure darle in parte ragione. “Mentre il vostro dialetto non lo capisce nessuno”. Ok, in certi casi bisogna contare fino a dieci, ma talvolta è complicato. La mia prima risposta è stata un riferimento all’ultimo ‘Benvenuti al Centro’: “Guarda che se dici ‘sciorno’ al Nord, nessuno capisce cos’hai detto”. Non ha risposto. Avrà incassato?

Io non è che non voglio capire cosa intende. Al Centro, Roma in primis ma non solo, lo chiamano vernacolo. Perché magari il loro modo di parlare è simile all’italiano, ma non è dialetto. Troncano le parole, per esempio, costantemente. Pure quando sei in pubblico, usano dire “Se dice, se fa”. Ne abbiamo già parlato proprio in questa rubrica. Chiaro che lo capisco anche io, che umbro non sono. Altrettanto chiaro che se un vercellese viene qui e si mette a parlare il dialetto stretto, fa fatica a farsi servire anche un bicchier d’acqua. Vale per un veneto. Per un milanese. Per un genovese. Però la frase della mia (quasi) suocera poteva essere diversa. Ossia: se un umbro – più un perugino che un ternano – si mette a parlare velocemente, neanche noi lo capiamo. La cadenza, la troncatura delle parole e, poi, naturalmente alcune parole dialettali, fanno sì che si annaspi pure noi lassù al Nord (ok, oramai sono quaggiù, ma il lapsus è dietro l’angolo).

E la mia considerazione resta assolutamente valida (perché con la quasi suocera ho quasi sempre ragione, no?): a 6 anni, il mio nipotino usa termini come ‘emo’ per dire ‘andiamo’. Noi raramente sentiremo a Vercelli un bambino di 6 anni dire ‘duma’. O un bimbo meneghino dire ‘andemm’. Questioni territoriali, per cui nessuno dovrebbe offendersi. Ma si sa, i rapporti con le suocere vivono di questi momenti.

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