“La legge schiavitù” risveglia l’Ungheria dal sogno illiberale del premier Victor Orbàn

di Martina Cera –

Nelle scorse settimane i mezzi di informazione, nella “democrazia illiberale” di Victor Orbàn, non si sono lasciati scappare l’occasione di dedicare lunghi servizi televisivi e prime pagine di giornale alle proteste dei “gilet gialli” in Francia, ma quando le strade e le piazze di Budapest si sono riempite di cittadini indignati per i due controversi progetti di legge proposti ai primi di dicembre hanno gridato al complotto. Naturalmente i manifestanti  ungheresi, a differenza di quelli che protestano contro Macron, sono al soldo di George Soros, il finanziere ebreo spesso accusato dalla destra populista e nazionalista di essere a capo di un complotto internazionale volto alla sostituzione etnica e al tradimento delle presunte radici cristiane dei popoli europei.

Proprio ieri, peraltro, la Commissione di Venezia, organo consultivo del Consiglio d’Europa, ha bocciato la cosiddetta legge “Stop Soros”, con la quale il governo ungherese intendeva sanzionare l’aiuto umanitario prestato ai migranti da parte delle ong, già tassate attraverso un’imposta del 25% sui finanziamenti alle organizzazioni all’estero. La legge, secondo la Commissione, viola la libertà espressione nonché Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti umani.

I disegni di legge presentati dal governo ungherese guidato da Fidesz, il partito di Orbàn, si collocano nel solco di questo tipo di riforme, che costituiscono di fatto un colpo allo Stato di diritto. La prima, battezzata “legge schiavista” dai partiti di opposizione, ha portato a 400 il numero di ore di straordinari all’anno che i datori di lavoro possono chiedere ai loro dipendenti, straordinari che potranno essere pagati in un periodo di tempo compreso da uno a tre anni. Inoltre, la legge apre alla possibilità di condurre trattazioni dirette tra aziende e dipendenti, facendo venire meno il ruolo dei sindacati. La seconda, invece, crea una nuova istituzione: “tribunali speciali” sottoposti alla giurisdizione del Ministero della Giustizia ungherese, incaricati di occuparsi di corruzione e diritto d’asilo. Quest’ultima proposta ha fatto discutere in particolare perché l’Ungheria ha deciso di non accettare la giurisdizione della nuova procura europea sui reati di corruzione, un tribunale comune e indipendente specializzato in reati finanziari.  

La protesta di Budapest, chiamata “Buon natale signor premier”, ha portato in strada più di 15.000 persone. In realtà, trattandosi di un dato dei media locali, è probabile che le persone coinvolte fossero molte di più. La polizia, nella capitale come in altre città, ha caricato i manifestanti e lanciato lacrimogeni per disperderli.

Il momento più drammatico della protesta, in realtà, è avvenuto nella notte tra domenica e lunedì. Il deputato indipendente Ákos Hadházy e quello dei verdi Bernadett Szél, scortati da un gruppo di manifestanti, hanno provato a entrare nella sede della tv pubblica Mtva. Nonostante potessero entrare, in quanto parlamentari, sono stati malmenati e trascinati fuori dall’edificio.

Il loro gesto aveva un duplice obiettivo: leggere un documento contro il governo Orbàn e protestare contro la mancanza di libertà di stampa nel Paese e in particolare per il  veto posto dal premier sul controllo dell’autorità sui monopoli ungheresi su un gruppo di 400 giornali, televisioni e radio affiliati a Fidesz.

Negli ultimi due giorni le proteste sono andate oltre il contenuto delle due leggi, trasformandosi in un attacco contro Fidesz e la sua idea di “democrazia illiberale”.

Se fino a qualche mese fa Orbàn, rieletto con una maggioranza schiacciante in virtù della sua opposizione al sistema di quote condivise sui migranti proposto da Bruxelles e grazie all’immagine di uomo-forte, in grado di non cedere di un passo alle pressioni europee, sembrava inattaccabile, oggi non è più così. Gli ungheresi si sono resi conto che il modello Orbàn, che anche altre figure politiche anche italiane vorrebbero importare, danneggia anche loro e mette in crisi il sistema di diritti faticosamente conquistato dopo la caduta del Comunismo.

Rispondi