L’omicidio Khashoggi fa vacillare Mohammed bin Salman e porta ad un’apertura nella crisi yemenita

di Martina Cera –

Quella in Yemen è la guerra dimenticata del Medio Oriente.

Secondo le Nazioni Unite si tratta della peggiore crisi umanitaria attualmente in corso con 16.000 vittime civili, milioni di sfollati e più di 13.000 persone che starebbero lottando contro la mancanza di cibo in quella che è stata definita “la più grave carestia degli ultimi cento anni”. Il conflitto, iniziato ufficialmente nella notte tra il 25 e il 26 marzo 2016 con il bombardamento da parte dell’Arabia Saudita di alcune postazioni dei ribelli houti arroccati nel sud dello Yemen, ha fatto precipitare il Paese in una guerra civile.

Per comprendere le cause del conflitto è necessario tornare al 2011. Le cosiddette “Primavere arabe” interessano anche lo Yemen, provocando la caduta del re Ali Abdullah Saleh anche su spinta delle altre potenze del Golfo. L’Arabia Saudita, in particolare, riveste un ruolo di preminenza nel sostenere insieme all’Egitto e agli Stati Uniti il nuovo presidente Abdel Rabbo Monsour Hadi, che però non riesce ad esercitare la sua autorità su tutto il Paese. Le province del sud abitate dagli houti sciiti, in particolare, chiedono maggiore indipendenza, trovando l’appoggio dell’Iran. La crisi nel sud del Paese porta quindi alla decisione, da parte saudita, di intervenire militarmente, ponendosi a capo di una coalizione di cui fanno parte, oltre agli altri Stati del Golfo, anche Giordania, Marocco, Sudan ed Egitto.  

In realtà, proprio come avviene in Siria, il conflitto è lo specchio di una proxy war che coinvolge nella lotta per la supremazia nella regione Teheran e Riyad. L’ossessione saudita per l’Iran e la convinzione che il sostegno ai ribelli houti sia dettato dalla volontà di creare, come è avvenuto con altri gruppi in Libano, Giordania ed Iraq, una base di appoggio per esercitare la propria influenza anche in Yemen hanno portato alla decisione di non cedere di un passo, nemmeno in sede di negoziato internazionale, sulla crisi yemenita, con conseguenze inenarrabili dal punto di vista umanitario.

In questi sette anni di stravolgimenti politici, di cui almeno tre di guerra civile, il silenzio internazionale è stato assordante. Se da un lato Francia e USA hanno sostenuto apertamente l’ambizioso principe Mohammed bin Salman, vendendo armi ai sauditi per sostenere la loro posizione in Yemen, anche nel resto dell’Occidente non è mancato un tacito consenso a Riyad. Nel frattempo, però, sono stati negoziati i termini dell’accordo sul nucleare iraniano in cui alcuni Stati membri dell’Unione Europea hanno ricoperto un ruolo di primo piano e la guerra in Yemen ha continuato a trascinarsi senza una vittoria effettiva da parte della coalizione a guida saudita.

In questa situazione di stallo la risonanza internazionale prodotta dal brutale omicidio di Jamal Khashoggi ha avuto il merito, insieme allo straordinario lavoro dell’inviato delle Nazioni Unite Martin Griffiths, di mutare il clima diplomatico. La scomparsa del giornalista, accolta inizialmente con prudenza dagli alleati, ha portato ad una serie di pressioni a livello internazionale su Riyad e in particolare su Mohammed bin Salman.

Il vertice di Rimbo, in Svezia, tra i rappresentanti del governo del presidente Hadi e il movimento Ansar Allah, espressione della minoranza houti, è stato visto come un significativo punto di incontro tra le fazioni in campo. Si tratta del primo tavolo di negoziato aperto dall’inizio delle ostilità con l’obiettivo dichiarato di sancire una tregua tra i belligeranti nella città portuale di Hodeidah, sul Mar Rosso.

Hodeidah, che secondo gli osservatori internazionali viene bombardata mediamente 100 volte alla settimana dalla coalizione saudita, è il canale attraverso cui passano gli aiuti umanitari diretti alla popolazione civile, ma è anche uno snodo strategico, al punto che sia gli houti che il presidente Hadi guardano alla sua presa come ad una svolta nel conflitto. Dopo sette giorni di negoziati il 13 dicembre, alla presenza del Segretario Generale dell’ONU Antonio Guterres, il ministro degli Esteri yemenita Khaled al-Yamani e il negoziatore per gli houti Mohammed Abdelsalam hanno sancito la tregua con una stretta di mano. Il contenuto dell’accordo prevede il ritiro delle forze governative e di quelle houti da Hodeidah con l’obiettivo di riaprire il canale umanitario sotto il monitoraggio delle Nazioni Unite.

Il giorno dopo la fine del vertice il Senato degli Stati Uniti ha approvato la risoluzione che chiede la fine del coinvolgimento dell’esercito statunitense nella guerra in Yemen, come proposto dal senatore democratico Bernie Sanders, nonché di una seconda mozione per dichiarare il principe ereditario Mohammed bin Salman responsabile dell’omicidio Khashoggi. Si tratta di un altro passo importante per la risoluzione della crisi, anche se alla Camera la risoluzione non arriverà prima di gennaio, quando i ribelli houti e il governo yemenita si incontreranno di nuovo in Svezia. Non è dato a sapere se la tregua su Hodeidah reggerà fino ad allora, anche se probabilmente il colpo inferto dagli Stati Uniti, l’alleato di sempre, potrebbe portare Riyad ad un progressivo disimpegno sul fronte yemenita nel tentativo di salvare la posizione, ormai precaria, di Mohammad bin Salman.

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