Loris Capirossi, sempre in pista: uno storico campione al servizio del futuro del motociclismo

di Deborah Villarboito –

Siamo abituati a vederli in TV in sella a quelle moto enormi e potenti. Li seguiamo per passione, mai per altro. Li idealizziamo e crediamo che siano irraggiungibili dall’alto delle selle dei loro bolidi. Ci emozionano, ci fanno palpitare ad ogni caduta o discutere in caso di polemiche. Sta di fatto che i piloti del motociclismo hanno un fascino che pochi altri hanno. Corrono veloci, rischiano, esultano, piangono. Hanno storie bellissime. Uno di loro, ormai una leggenda vivente, è Loris Capirossi. Ritiratosi nel 2011, non ha mai lasciato le piste, si è anche raccontato in una biografia scritta con Simone Sarasso, “65-la mia vita senza paura” che ha vinto anche il Premio Bancarella Sport 2018 e i cui ricavati di Capirex andranno in beneficenza. Ora ha nuovi incarichi, sempre al servizio del suo sport.

Loris Capirossi oggi: chi è e che cosa fa?

Attualmente sono rappresentante per Dorna in Direzione Gara, in cui ci sono tre membri. Quindi mi occupo di tutta l’organizzazione in Direzione Gara, con gli altri membri, mentre con Franco Uncini lavoro sull’omologazione di nuovi circuiti, cercando nuovi tracciati. Sono l’uomo di Michelin quando deve portare modifiche ai regolamenti. Di lavori ne ho tanti dunque. Sempre in pista, in qualsiasi occasione a controllare, che ci sia olio, acqua, qualsiasi tipo di problema, cerchiamo di decidere se fare andare avanti le prove, se cambiare i programmi, tante cose. Il lavoro che faccio all’interno della MotoGp per il Motomondiale è sicuramente un lavoro che ti occupa molto tempo, perchè il nostro campionato parte da fine gennaio, e finisce a fine dicembre. Non ho molto tempo per dedicarmi ad altre cose, a parte le mie passioni: le moto, a cui lavoro nella mia piccola officina, passo più tempo possibile con mio figlio e cerco di dedicare alla famiglia il tempo che mi rimane.

Con un padre così, ci si chiede se sarà in arrivo un erede di Capirex nelle corse…

Mio figlio ha 11 anni e non ha la passione della moto, e ne sono molto contento. Io ho fatto per tutta la vita questo sport e continuo ancora a fare parte di questo mondo. Non dimentichiamoci che fare il pilota innanzitutto, è un divertimento difficile, dove c’è anche una parte di pericolo abbastanza sostanziosa. Nella mia carriera ho sofferto un sacco, mi sono fatto un sacco di infortuni, quindi preferisco che mio figlio faccia qualcosa di diverso. Chiaramente se lui un giorno mi chiedesse di andare in moto, perchè no, io spero davvero però non a livello agonistico, perchè è tutto molto complicato. Alla fine avrebbe sulla schiena il peso di essere il figlio di… quindi se è veloce bene. Se non è veloce allora c’è la storia del “è solo lì perchè”…cose che non mi piacciono.

Stando sulle piste, non ti viene mai la nostalgia del correre?

La moto non mi manca perchè nel 2011 quando ho deciso di smettere di gareggiare, è stata una decisione che ho preso molto prima, non presa al volo. Quando uno prende una decisione così importante soprattutto dopo una carriera lunga come la mia è perchè ci crede. Io sono contento, anche se mi manca un po’ l’adrenalina che la moto ti trasmette, però in moto ci vado sempre, non ho mai smesso.

Senti la stessa cosa oggi quando giri in pista?

L’adrenalina te la dà solo la grande competizione: gli attimi prima della partenza, la partenza stessa, la tensione. Ora lo faccio solo per divertimento e passione. Non ho peso, se vado forte o piano non cambia niente, non devo dimostrare nulla a nessuno. Realmente mi godo la moto. Prima era tutto diverso, io comunque quando salgo in moto mi ritrovo a casa, su una cosa che mi viene molto naturale. Il divertimento è sempre lo stesso, non di meno.

Qualcuno può reputare il motociclismo non del tutto uno sport. Oltre alle moto, quanto conta la forma fisica del pilota?

Per guidare una di queste moto al 100%, per più di un’ora, bisogna essere un super atleta. È durissimo guidarle, quindi la preparazione atletica è molto importante. Io negli ultimi anni mi allenavo sei giorni alla settimana, due ore alla mattina e tre al pomeriggio e non c’era Natale o Capodanno, bisognava allenarsi sempre. Noi avevamo 20 giorni di off, dove staccavamo la spina a dicembre. Totale: undici mesi e dieci giorni di allenamento all’anno. Certo che il mezzo può fare la differenza, ma nelle moto è ancora il pilota che conta, non tanto il mezzo. Poi è chiaro, se uno ha una moto che non va per niente, nemmeno Marquez vince, però se hai una moto competitiva più o meno come le altre lì fa la differenza. Secondo me l’uomo è principale sulle moto, poi chiaramente il pacchetto tecnico è sempre importante, ci vogliono entrambe le cose, però senza dubbio il pilota ora può fare la differenza, almeno il 65%.

Parliamo appunto di 65. Questo numero è stato ritirato dalle competizioni, cosa significa per te?

Per me è un grandissimo onore, perchè il 65 ha fatto parte di tutta la mia carriera, dall’87, tranne nella mia ultima gara che ho fatto con il 58 di Marco Simoncelli, per il resto ho corso sempre con lui. Quindi quando la Federazione Internazionale insieme a Dorna ha deciso di togliere nella classe regina il numero 65, per me è stato un grandissimo orgoglio, ne sono molto molto contento.

Hai citato Sic. Cadere e rialzarsi. Non si deve avere paura, ma come si fa ad andare avanti anche dopo gravi infortuni o quando si è testimoni di morti di amici?

Non è mai facile, soprattutto quando capita qualcosa a qualche tuo amico o collega. È molto difficile, però tu sai che c’è il pericolo di morte in questo sport, però hai una parte di te che crede di essere invincibile e che sì possa capitare, ma non a te. Ti senti sempre all’interno di questa bolla felice. Sì puoi cadere e farti male, ma la morte è un cosa che non vedi mai da vicino. Non esiste e pensi non possa mai capitare a te. Io penso che non sia in sé la paura di morire, cadi muori e tutto finisce lì. È l’infortunio grave per cui rimani, ma non sei più te stesso, non hai più l’uso delle gambe. Sono quelle le paure più grandi.

Lo spettacolo va avanti comunque. Nel 2019 ci sarà il primo campionato di MotoE. L’elettrico può essere davvero il futuro delle competizioni?

L’evoluzione nella vita sta andando avanti, così anche nello sport, quindi l’elettrico è qualcosa di nuovo che sta arrivando anche nel nostro mondo. Noi abbiamo deciso di acquistare questo campionato per averlo in mano e non per darlo ad altri. Abbiamo iniziato a lavorare tre anni fa su questo progetto, abbiamo provato varie moto in giro per il mondo, poi alla fine la nostra scelta è andata su Energica, una ditta di Modena italiana, quindi è rimasto tutto in Italia. Abbiamo sviluppato una moto nel 2018 e abbiamo scelto piste dove ci saranno i Gran Premi il prossimo anno. Però chiaro, non so se sarà il futuro. È giusto iniziare, è giusto partire con questo campionato. Devo dire la verità, anch’io ero molto scettico: il rumore delle moto, l’odore del due tempi quando ancora c’erano, mi manca e per me sarà sempre parte del nostro mondo. L’elettrico è una scommessa. La moto mi ha molto impressionato, è veramente molto divertente da guidare a parte il peso che è ancora molto importante. Tutti i piloti che l’hanno provata nel test ufficiale di fine novembre sono stati molto entusiasti. Cominciamo e vediamo dove si arriverà: dire che questo sarà il futuro delle moto, forse, ma tra tanti tanti anni. Il pubblico è realmente molto scettico al momento, ci sono più offese che commenti positivi per quanto riguarda la MotoE, però, come in tutte le cose, quando ci sono dei cambiamenti importanti, c’è sempre scetticismo da parte del grande pubblico, ma alla fine la moto la fa il pilota. Nel motociclismo, rispetto ad altri sport, sei tifoso del pilota, se tifoso di Rossi, di Marquez, di chiunque altro, non sei tanto tifoso del mezzo. Un giorno che questi grandi campioni guideranno le moto elettriche, sarà comunque un grande spettacolo.

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