Messa da record, ma per una buona causa

di Deborah Villarboito –

Potrebbe essere tranquillamente un racconto di Giovannino Guareschi. Un prete contro le istituzioni, ma per un fine più che nobile. Sono 56 giorni che una chiesa olandese celebra ininterrottamente la messa per salvare una famiglia di rifugiati. Per evitare la deportazione alla famiglia armena Tamrazyan, fuggita dall’Armenia nel 2010 e che di recente ha visto revocato lo status di asilo, la chiesa di Bethel a L’Aja ha deciso di rendere attuale la legge olandese che vieta alla polizia di entrare nei luoghi di culto mentre è in corso una messa.

Quattrocento pastori di tutto il paese si sono recati a L’Aia per mantenere il servizio attivo 24 ore su 24. La chiesa Bethel ha iniziato la cerimonia a oltranza dalle 13:30 del 26 ottobre. La polizia non può entrare in uno spazio “destinato a riunioni religiose o riflessive di natura filosofica, durante la riunione di culto o di riflessione”, dice la legge del 2010 General Act on Entry. Nell’aprile 2010 alla famiglia è stato concesso l’asilo al suo arrivo in Olanda, ma il governo ha respinto la loro richiesta di ottenere lo status di asilo politico completo, ha detto la CNN. Non è chiaro quando il governo olandese abbia preso questa decisione. Quattrocento pastori di tutto il paese si sono offerti volontari per mantenere attivo il servizio di messa, ha riferito la CBC. Il parroco Axel Wicke ha spiegato: “Ho copiato e incollato le liturgie degli ultimi 10 anni in un unico documento enorme e abbiamo semplicemente cantato e pregato su questo, fino a quando non sono stati trovati altri pastori che hanno preso il mio posto”.

Il reverendo Joost Roselaers, uno dei pastori, ha detto alla CNN: “Andremo avanti fino a quando non sarà chiaro che questa famiglia può rimanere”. Sono molte le iniziative considerate “fuori legge” che stanno aiutando i rifugiati, quella della chiesa di Bethel ne è un esempio. La celebrazione, quindi, prosegue grazie agli sforzi di 450 tra preti, pastori e diaconi che si alternano all’altare per evitare che gli agenti possano entrare nella chiesa per deportare la famiglia. La vicenda è iniziata lo scorso settembre, quando i Tamrazyan, che vivevano in un centro di accoglienza a Katwijk, a nord de L’Aia, sono venuti a sapere che sarebbero stati rimandati in Armenia. La famiglia (composta da padre e madre di 43 anni, Sasun e Anouche, e dai tre figli, Hayarpi, Warduhi e Seyran, rispettivamente di 21, 19 e 15 anni) è arrivata nei Paesi Bassi nove anni fa, dopo che Sasun, attivo politicamente nel partito di opposizione, era stato minacciato.

I Tamrazyan avevano ottenuto un permesso di soggiorno, contro cui lo stato olandese (governato da una coalizione liberale ed europeista di centrodestra) ha fatto ricorso in tribunale per tre volte. Alla fine il permesso è stato revocato. Tutto è partito dal sacerdote Axel Wicke che ha invitato la famiglia nella sua chiesa e ha dato il via alla messa che dura dal 26 ottobre, anche grazie all’aiuto di volontari provenienti da tutta l’Olanda e non solo: “Abbiamo ricevuto aiuti anche dall’estero e ora i sermoni sono in inglese, francese e tedesco”, ha spiegato il parroco. La comunità riunitasi per cercare di salvare la famiglia armena ha anche fatto appello ad una legge in vigore nei Paesi Bassi che stabilisce che in casi eccezionali possono essere annullate le procedure di espulsione a carico delle famiglie con figli che risiedono da almeno 5 anni in Olanda, e qui di figli ce ne sono tre. La famiglia Tamrazyan potrebbe quindi restare nel paese grazie a questa norma e al momento è in attesa che il governo prenda la sua decisione.

Per il momento l’esecutivo olandese non si è espresso sulla vicenda e non si sa se accetterà o meno le richieste del parroco e di tutti coloro che stanno contribuendo a mandare avanti la messa. Con un rischio: per poter essere idonei al «perdono dei bambini», infatti, bisogna prima rendersi disponibili a essere espulsi in madrepatria: una condizione paradossale, a causa della quale il 96% delle richieste viene negato. «Il nostro obiettivo è quello di creare un momento e uno spazio di dialogo sulla vita di questa famiglia e sul destino di circa 400 bambini nei Paesi Bassi nelle stesse condizioni dei Tamrazyan», ha spiegato al Corriere Theo Hettema, presidente del consiglio generale della Chiesa protestante a L’Aia. «Speriamo che la gente ascolti la nostra storia e che il governo si assuma le proprie responsabilità. La Bibbia dice chiaramente che bisogna aiutare le persone in difficoltà».

Nel corso degli ultimi 20 anni, ricorda Hettema, ci sono stati 52 casi di «asilo in chiesa» nei Paesi Bassi, ma nessuno aveva mai realizzato una messa no stop come quella della chiesa di Bethel. Nonostante qualche email inneggiante all’odio, l’iniziativa ha suscitato soprattutto gesti e parole di sostegno. Il numero di fedeli che partecipano alla funzione varia da due, durante la notte, a cento, la domenica mattina. I Tamrazyan spesso pregano e seguono il rito, oppure cucinano e stanno in compagnia dei loro amici. La famiglia ha a disposizione una stanza all’interno dell’edificio dove dormire, lavarsi o utilizzare il computer. Finché rimangono nella chiesa sono al sicuro. I turni dei pastori, provenienti da tutto il Paese, sono organizzati per 21 giorni: ogni tre settimane si ricomincia con la programmazione. «Andremo avanti finché sarà necessario», spiega Hettema, che è in contatto con vari membri del Parlamento olandese. «Sappiamo che il segretario di Stato Mark Harbers è coinvolto nella faccenda e auspichiamo che usi il suo potere discrezionale per graziare questa famiglia e tutte quelle nella stessa situazione».

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