Sciacalli o giornalisti?

di Deborah Villarboito –

Da esseri umani quali siamo, ci rendiamo conto delle cose solo quando queste ci toccano da vicino.

Fin da bambini, capiamo che il fuoco brucia dopo un’ustione, che il cioccolato fa venire mal di pancia anche se è buono, che la morte esiste solo se viene a mancare un nostro caro. Lo stesso vale per gli avvenimenti traumatici come gli attentati. Spesso ne ho scritto, ho fatto cronache, intervistato esperti, letto libri. Le vittime, morti come feriti e dispersi, erano solo numeri. Figure anonime che facevano parte di un racconto tragico della realtà. Non ho perso mai direttamente nessuno in uno degli attacchi che fin’ora ci hanno sconvolto.

So solo che ero a Nizza per Capodanno, un anno prima del camion. Mia sorella era a Barcellona qualche mese prima del furgone sulla Rambla. A Strasburgo non conoscevo direttamente nessuno. Conosco solo quello che è il mondo dei giovani giornalisti che attraverso una rete nazionale di radio universitarie portano avanti la loro passione in un progetto europeo, per creare il loro futuro. L’essere nel momento sbagliato nel posto sbagliato può capitare a tutti. Un attimo prima eri nel Parlamento europeo a fare interviste con le tue colleghe e poi ti ritrovi a terra, nell’oblio, tra le luci di Natale. Non voglio parlare dei ragazzi coinvolti nell’attentato, ne stanno già passando troppe.

Nemmeno di quegli altri che hanno lavorato anni per quel progetto che ha fatto in modo che i primi fossero lì in quel momento e che ora vivono in una situazione delicata e faticosa, oltre che dolorosa e da rispettare. Non parlerò delle famiglie, ora hanno solo bisogno di silenzio e dignità. Non voglio parlare del terrorista, non è sede, non ha senso, non mi interessa. Vorrei parlare, però, del sistema e dei media. I sopravvissuti, perchè non si possono definire altrimenti, vengono scortati e interrogati per ore nei commissariati, nonostante il forte shock. Affiancati da psicologi e altri professionisti che parlano solo in francese.

Nella civilissima Francia, a Strasburgo, città fortemente europea, nessun interprete e l’inglese è lingua sconosciuta dai professionisti. Sopravvissuti chiusi per altrettante ore dentro al Parlamento dove politici coglievano la palla al balzo puntando il dito sulle vittime, ancora calde, distese tra i banchetti del mercatino. Poco ci mancavano i selfie sulle pozze di sangue. Dimostrazione di quanto le prossime elezioni siano più forti e importanti della dignità umana, o peggio ancora, della decenza che deve essere esatta da una figura pubblica e di rappresentanza. Un sistema che ha molte falle. Una delle più gravi è quella dei Mass Media e di chi, anche nella tragedia, non perde tempo di pubblicizzarsi, anche senza l’imminenza di un’elezione. Ho riflettuto molto in questi giorni sul ruolo di un giornalista in questi casi. Ho parlato, guardato negli occhi, sentito da vicino i racconti di quelli che prima di tutto sono miei amici, poi organizzatori di quella bella esperienza radiofonica europea. Non ero giornalista quando parlavo con loro. Ero una ex-radiofonica universitaria che vedeva i suoi compagni di lunga data stravolti dagli eventi. Mi hanno raccontato degli sciacalli. In tutta Italia è partita la caccia allo scoop. Si voleva sapere qualunque cosa sulle vittime e i sopravvissuti di Strasburgo. I coordinatori del progetto sono stati costretti a spegnare i telefoni, nonostante il loro egregio lavoro di difesa della dignità dei loro tre reporter e delle loro famiglie, che chiedono solo silenzio e rispetto. Università, ex datori di lavoro, parenti, amici, social sono stati letteralmente presi d’assalto e ad ogni contatto si cercavano curiosità al limite del morboso, come a cercare dettagli per costruire un nuovo martire, una figura da idealizzare, per cui inneggiare di nuovo contro i portatori di terrore. Non importa la grandezza o il prestigio della testata, tutti hanno dato il loro contributo nel dilaniare vittime e sopravvissuti inermi. Per cosa poi? Per creare un flusso di notizie che “lettori” assetati di sangue e appunto di morbosità spulciano, condividono, si immedesimano, commentano.

Perché? Siamo davvero giunti all’epoca della vita in diretta? Un reality costante di cui tutti siamo protagonisti e se a uno degli attori capita qualcosa, via di “like” condivisioni, pareri e commiserazioni non richieste. Qualcuno addirittura, marginalmente toccato dai fatti si permette di fare dichiarazioni ai media, più o meno sciacalli, aprendo una ferita che porta alla cancrena del buon senso. Se penso all’ipotesi che in quella piazza ci potessi essere io al posto di quei ragazzi, subito mi si ridimensiona il mondo in cui vivo. Non vorrei mai che “colleghi” iniziassero a fare questo scempio di me. Smembrandomi alla ricerca della “curiosità” che più gli alzerebbe le visualizzazioni, gli ascolti, le vendite.

Quando si diventa giornalisti si viene muniti di un manuale di etica e deontologia. Quando si nasce si dovrebbe essere già dotati di empatia, rispetto per l’altro, dignità. Rimango dell’idea che ci sia differenza tra giornalista e sciacallo. Il primo informa e rende un servizio alla comunità di cui è punto di riferimento. Il secondo non è un giornalista, ma qualcosa che va oltre l’umano, ma verso il basso.

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