Theresa May supera il voto di sfiducia dei tories, ma la sua posizione non è ancora salda

di Martina Cera –

Nella serata di mercoledì 12 dicembre la premier britannica Theresa May ha dovuto affrontare il voto di sfiducia del suo partito, i Tories, chiesto come da regolamento interno dai 48 deputati che l’avevano già duramente contestata a causa del negoziato sulla Brexit. Le riserve dei conservatori riguardano soprattutto il meccanismo del backstop, che permetterebbe ad accordo concluso di avere un confine “flessibile” tra Irlanda e Irlanda del Nord, con la seconda che rimarrebbe all’interno del mercato comune europeo senza che vengano ripristinati i controlli alla frontiera con il Regno Unito.  

“Non ho intenzione di dimettermi” ha dichiarato la May poco dopo aver ricevuto le 48 lettere dei deputati contrari alla sua leadership “Il Paese ha bisogno di un partito conservatore forte e unito. Un’eventuale sfiducia ritarderebbe la Brexit, mentre bisogna concludere il lavoro iniziato. Come partito abbiamo l’obbligo di realizzare la volontà popolare che si è espressa con il referendum sulla Brexit”.

Un eventuale voto contrario alla sua leadership avrebbe portato ad un ritardo sul negoziato, facendo quindi slittare l’uscita del Regno Unito dall’UE, prevista per il 29 marzo. La fiducia, però, le è stata confermata dal voto segreto di 200 deputati, uno in più dei 199 con cui conquistò la guida del partito dopo il referendum e le dimissioni di David Cameron nel 2016. È probabile che questo risultato sia, almeno in parte, la diretta conseguenza della decisione di Theresa May, espressa poche ore prima che i Tories si riunissero, di non candidarsi come leader del partito alle elezioni del 2022.

Ieri, tuttavia, un altro attacco alla leadership della May e al negoziato sulla Brexit è arrivato dalla parte opposta. Jeremy Corbyn, leader laburista, ha proposto alla Camera dei Comuni una mozione di sfiducia specificando che il suo contenuto non si rivolge al Governo, ma esclusivamente al Primo Ministro.

La mozione di Corbyn  è stata presentata dopo che nel pomeriggio il Primo Ministro aveva ribadito alla Camera dei Comuni l’intenzione di non portare subito il contenuto dell’accordo raggiunto dal suo governo con Bruxelles a Westminster, ma di rimandare l’inizio della discussione al sette di gennaio. Per allora la May dovrebbe avere raccolto il numero di voti necessario per far approvare l’intesa con l’Unione Europea e scongiurare il pericolo del nodeal.

“È inaccettabile dover aspettare quasi un mese prima di avere un voto significativo su una questione così cruciale che riguarda il futuro di questo Paese”, ha dichiarato Corbyn, intenzionato con la sua mozione a portare i parlamentari al voto prima della chiusura natalizia.

Probabilmente la mozione laburista non riceverà voti a sufficienza a causa dell’opposizione dei Tories, di nuovo compatti dopo il voto del 12 dicembre, e del Partito Unionista Democratico dell’Irlanda del Nord, che sostiene il Governo May. Indipendentemente dal risultato è indubbio il forte valore politico che ha assunto la mozione di Corbyn.

Nel frattempo, il governo ha già deciso di stanziare 4.2 miliardi di sterline per rafforzare i preparativi sulla Brexit, nell’eventualità che si arrivi al voto in Parlamento senza nessun accordo con Bruxelles.

“Un governo responsabile deve prepararsi a tutti gli scenari, motivo per cui ho messo a disposizione oltre 4,2 miliardi di sterline per la pianificazione dell’uscita dall’Ue dal 2016. Nei prossimi giorni, il Tesoro assegnerà ulteriori 2 miliardi di sterline ai dipartimenti per rafforzare i preparativi per la Brexit” aveva dichiarato il Cancelliere dello Scacchiere Philip Hammond ad inizio dicembre.

Restano ancora numerose incognite sul modo in cui si svilupperanno i negoziati nei prossimi mesi. L’unica certezza è che Theresa May dovrà affrontare ancora numerose sfide, interne ed esterne, se ha intenzione di mantenere la sua promessa di portare la Gran Bretagna fuori dall’Unione Europea entro marzo.

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