Calcio: un altro morto nella guerra tra ultras

di Alessandro Pignatelli –

Di nuovo lacrime, decisioni da prendere, punizioni che dovrebbero essere esemplari, un morto. Indagini. Tutto per una partita di calcio. Tristemente, è come se ci stessimo abituando alle scene da guerriglia che si scatenano ora in una città ora in un’altra quando le tifoserie mettono a ferro e fuoco interi quartieri. Questa volta il teatro di una vera e propria guerra è Milano, nei pressi dello stadio San Siro, in via Novara. L’Inter attende il Napoli, il tifo più caldo e violento nerazzurro prepara l’agguato ai minivan provenienti dalla città partenopea. A quanto pare, era stato tutto preparato meticolosamente.

Tra i cespugli erano state nascoste da giorni le armi: bastoni, roncole, coltelli. A dare manforte ai tifosi della Curva Nord dell’Inter le tifoserie gemellate del Nizza e del Varese. E sarà proprio un ultrà di Varese a perdere la vita, Daniele Belardinelli, preso sotto da un veicolo, ma ancora non si sa se nel tentativo di scappare o con l’intenzione di uccidere. D’altra parte, i minivan con sopra una settantina di fan della squadra di Carlo Ancelotti erano stati utilizzati proprio per essere liberi dalla scorta della polizia. Arrivare in autobus o in treno avrebbe voluto dire essere controllati e portati direttamente a San Siro, senza la possibilità di scontrarsi con i rivali,

Tutto inizia all’improvviso. Più di cento interisti si materializzano in via Novara all’arrivo dei minivan. Pare che in giro per la città ci fossero delle vedette per segnalare l’arrivo. Dai veicoli scendono gli ultras del Napoli, decisi a darsi battaglia sul campo e non ad andare allo stadio a gustarsi la partita. E’ guerra, come segnalato da numerosi video di chi abita in zona. La polizia interviene in ritardo, depistata. Pare che i capetti della curva interista, quelli controllati a vista dalla Digos, al momento degli scontri fossero dentro al bar in cui ci si ritrova prima della gare interne. Proprio per portare la polizia fuori strada. Ma i preparativi erano stati fatti in anticipo e avrebbero partecipato anche i punti di riferimento degli ultras nerazzurri, ma pure del Varese e del Nizza. C’è chi dice di aver sentito una donna dare ordini in francese.

Il risultato finale è quattro tifosi del Napoli accoltellati, Belardinelli in fin di vita all’ospedale (morirà poche ore dopo). La partita si gioca. Nessuno ha il coraggio di sospenderla per evitare guai peggiori. Nel frattempo, le indagini sono andate avanti, il muro di omertà si è aperto. Un capo tifoso dell’Inter si è recato spontaneamente in questura, a Milano, dopo essere stato tirato in ballo come la presunta mente dell’agguato da uno dei tre che erano stati arrestati e che avevano partecipato agli scontri. Grazie alle immagini delle telecamere di sorveglianza, si sta facendo luce pure sull’investimento del tifoso. L’auto pare fosse diretta allo stadio e non si trovasse nella corsia opposta al corteo dei minibus con a bordo i tifosi napoletani. L’auto, un piccolo Suv di colore scuro, dopo aver colpito l’ultrà di estrema destra di Varese, avrebbe continuato la sua corsa fino al Meazza, fermandosi poi nel parcheggio riservato ai tifosi ospiti.

Per i tre teppisti interisti – portati a San Vittore – non è scattata per ora la convalida dell’arresto. Francesco Baj e Simone Tira, di 31 anni, hanno rilasciato dichiarazioni spontanee: “C’eravamo, ma non siamo entrati in contatto con i tifosi napoletani”. Luca Da Ros, 21 anni, ha invece risposto a tutte le domande del gip Guido Salvini. Da Ros ha raccontato con precisione estrema tutto quello che è accaduto il 26 dicembre sera, indicando anche in quattro capi della Curva Nord, uno dei Boys San, due degli Irriducibili e uno dei Viking, i mandanti dell’agguato, definito di tipo ‘squadrista’ dal questore Marcello Cardona.

Gran parte dei 100 – 150 ultrà nerazzurri che dovevano agire si erano ritrovati in un pub della zona Fiera; quindi, a bordo di 15 – 20 macchine sarebbero andati nel parchetto di via Zoia dove erano arrivati gli altri tifosi, recuperando due sacchi con le armi (martelli, razzi e fumogeni, oltre a bastoni e roncole). Alle 19.20, da qui, sarebbe partito l’assalto di via Novara, lo stradone che dalla Tangenziale Ovest porta direttamente a San Siro.

Come detto, il 33enne Marco Piovella, soprannominato Il Rosso, e indicato da Da Ros come una delle menti dell’assalto, si è presentato in questura come persona informata dei fatti. Non è stato trattenuto, è tornato a casa ed è indagato a piede libero. Il suo avvocato, Mirko Perlino, ha riferito ai giornalisti:  “Ha fatto delle dichiarazioni e ha semplicemente ammesso di aver partecipato agli scontri. Punto. Non è né l’organizzatore né tutto quello che è stato detto”. E ancora: “Stiamo aspettando le decisioni del giudice. Non ha fatto altri nomi, adesso vediamo che cosa succederà”.

La tifoseria interista, in seguito agli incidenti del 26 dicembre, non ha potuto seguire la squadra nella trasferta vittoriosa di Empoli. Lo stadio di San Siro resterà chiuso per le prossime due gare interne dell’Inter più un turno senza la Curva Nord a causa dei ‘buu’ razzisti ai danni di Koulibaly. Ma il questore di Milano vorrebbe vietare tutte le trasferte da qui a fine campionato alla tifoseria di fede nerazzurra e chiudere la Curva Nord fino alla fine di marzo.  

Rispondi