Guido Vianello: il pugile gladiatore in America

di Deborah Villarboito –

La vita si sa, va così: un attimo prima ti stai allenando per le Olimpiadi di Tokyo 2020 con la Nazionale e subito dopo ti ritrovi al Madison Square Garden di New York a debuttare con un KO al secondo round tra i professionisti del pugilato. Pare quasi un film quello che ci racconta Guido Vianello, pugile originario di Roma di 24 anni, che lo scorso 8 dicembre ha incantato l’America, rendendosi noto come “The Gladiator”, sulla pelle del rodato Luke Lyons. Nato con la racchetta da tennis in mano per l’attività di famiglia, scopre la boxe, vince titoli italiani, arriva in Nazionale, debutta a Rio 2016 e poi l’America. Una storia fatta di passaggi quella di Guido, che ora sta vivendo la sua nuova avventura tra i pesi massimi della boxe professionista.


Dalla racchetta da tennis ai guantoni: quando, come e perchè hai deciso di iniziare con la boxe?

Io non conoscevo questo sport perché facevo tennis nel centro sportivo di famiglia, il Tennis Vianello. Per andare a giocare passavo davanti ad un capannone, una palestra popolare dove c’era scritto boxe fuori, quindi è stato un caso, è stato il destino che mi ha portato a questo sport. Un giorno a 15 anni con il motorino ho girato dentro questa palestra, mi sono affacciato e rimasto subito ammaliato da questo nuovo palcoscenico che non conoscevo. Da quel giorno ho iniziato senza mai fermarmi.


Le Olimpiadi, l’esperienza in Nazionale: cosa sono stati per te?

Le Olimpiadi e tutti gli otto anni in Nazionale sono stati fondamentali per me. Il mio esordio da professionista al Madison Square Garden era molto difficile però sentivo dentro di me di aver un bagaglio di esperienza che mi avvantaggiava. Alle Olimpiadi ero molto emozionato. A New York ero emozionato ma sentivo di gestirla diversamente per l’esperienza che ho fatto durante la gavetta. Sono state esperienze fondamentali e per questo ringrazio la Federazione Pugilistica Italiana perché mi ha dato tanto.

Il passaggio al professionismo: te lo saresti mai aspettato?

Non ci pensavo minimamente perché il mio obiettivo erano le Olimpiadi di Tokyo 2020 e mi stavo preparando per quelle. Ad un tratto è arrivata questa offerta dalla Top Rank Boxing di Bob Arum che mi ha lasciato spiazzato e con l’avvocato ci siamo assicurati che fosse tutto ok. Appena ho visto che mi avevano pianificato una strada da qui a 7 anni per portarmi ad un titolo mondiale tra 4-5 anni ho accettato subito, senza battere ciglio. Ho comunicato all’Arma dei Carabinieri la mia decisione, alla Nazionale e loro mi hanno fatto i complimenti e mi hanno lasciato il via libera.


Che tipo di decisione è stata?

La decisione l’ho presa subito però poi è stato difficile comunicarlo specialmente all’Arma dei Carabinieri che era il mio gruppo sportivo però era talmente una bella opportunità che sarei stato un idiota a rifiutare.

Quanto è differente essere un pugile dilettante rispetto ad un professionista?

Da professionista sei il professionista di te stesso. Sei l’imprenditore di te stesso quindi devi fare molta attenzione a curarti, ad allenarti bene. Gli allenamenti sono molto più duri, soprattutto in America hanno dei metodi abbastanza invasivi, però poi arrivi al match ed è tutto facile, perché sei preparato molto bene. Comunque il ritmo è molto più lento, ragioni molto e devi usare molto di più la testa.

Quali differenze ci sono tra il pugilato italiano e quello americano?

Noi come pugili siamo molto talentuosi, abbiamo una grande tecnica, il problema che non sappiamo come fare il vero pugilato. Quello che hanno capito in America è il business che c’è dietro la boxe: sanno organizzare, sanno investire sui pugili, ci sono delle televisioni e sicuramente la tecnica è molto più portata ad un pugilato di potenza, quindi colpi che cambiano molto. Io in due mesi sono cambiato e migliorato, in America c’è molto da scoprire.

8 dicembre 2018, Madison Square Garden di New York, hai vinto per KO alla seconda ripresa. Un debutto esplosivo: cosa ti passava per la testa?

Prima di salire sul ring c’erano tante emozioni. Entrare lì al Madison Square Garden era difficile, non per l’avversario ma per la situazione. Sono entrato con la maschera da gladiatore che un po’ copriva la mia espressione spaesata, poi una volta salito sul ring mi sono sciolto, ho iniziato a combattere ed è passato tutto. È stata una botta di adrenalina incredibile. E non vedevo l’ora di combattere di nuovo già il giorno dopo. È stato fantastico!

Quali sono i tuoi obiettivi ora?

Combatterò circa ogni due mesi, quindi tornerò in America dal 5 gennaio e mi devono comunicare la data di Febbraio, dovrei combattere poco dopo. Quindi ogni due mesi ho un combattimento, così per i primi due anni.

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