Il cambio al vertice della BCE è una delle principali sfide dell’eurozona per il 2019

di Martina Cera –

Per le istituzioni europee il 2019 sarà un anno di svolta. Non solo per le elezioni che tra il 23 e il 26 maggio porteranno alla nomina di nuovi rappresentanti al Parlamento di Strasburgo e, di conseguenza, alla definizione di un nuovo Presidente della Commissione, ma anche per la fine del mandato di Mario Draghi come governatore della Banca Centrale Europea.

Dalla celebre espressione whatever it takes, faremo tutto il possibile (per salvare l’Euro), al quantitative easing, l’impronta di Draghi sull’andamento economico degli Stati europei è stata indiscutibile, soprattutto se si considera il suo ruolo negli anni più caldi della crisi economica.

A gennaio si chiuderà il primo ciclo dell’era Draghi, esattamente quattro anni dopo il suo inizio, con la decisione da parte della BCE di smettere di acquistare i titoli di Stato e imprese di diciotto Paesi dell’area: è la fine del quantitative easing, l’operazione con cui nel 2015 la BCE ha dato mandato alle banche centrali nazionali di comprare titoli  al fine di evitare un aumento dell’inflazione che minacciava di distruggere milioni di imprese.

Secondo l’agenzia di rating Moody’s a è probabile che l’economia italiana soffrirà la fine del quantitative easing più delle altre. Quando la BCE ha lanciato queste misure l’Italia era in una situazione di grave crisi e solo la politica monetaria espansiva e massicci acquisti di titoli di Stato le hanno permesso di far fronte allo spettro della bancarotta. Il fatto che l’Italia debba imparare a sopravvivere senza aiuti da parte della BCE in un periodo storico in cui, all’interno dell’Unione, si trova isolata proprio per le sue scelte in ambito economico può significare solo che ne risentiranno i programmi di spesa del governo.

La nomina del nuovo governatore, una figura istituzionale che con le sue scelte in materia economica ha il potere di influenzare non solo la politica dell’eurozona, ma dell’intera Unione Europea, rifletterà probabilmente gli equilibri di forza all’interno della stessa UE. Per il momento ad ambire al posto di governatore sono sei candidati. Secondo Bloomberg è probabile che a succedere a Draghi sarà il tedesco Jens Weidmann, attuale governatore della Bundesbank, seguito a poca distanza dal finlandese Erkki Likanen.

Nella lista dei papabili successori trova posto anche Christine Lagarde, attuale direttore del Fondo Monetario Internazionale, secondo la teoria che vedrebbe uno “scambio di poltrone” tra lei e Mario Draghi, che potrebbe prendere il suo posto alla guida del FMI.

Il nuovo governatore verrà nominato dal Consiglio d’Europa, l’assemblea dei capi di Stato e di governo dell’Unione, che delibera a maggioranza qualificata su raccomandazione del Consiglio dell’Unione Europea e sentiti i parere del Parlamento europeo e del Consiglio direttivo della BCE. Considerato che l’ultima riunione di politica monetaria di Draghi è prevista per fine ottobre è probabile che il nuovo governatore incontrerà i ministri delle finanze dell’eurozona non prima di metà dicembre.

Nel frattempo, l’idea che Weidmann possa succedere a Draghi ha già provocato qualche malumore all’interno dell’Unione. Il direttore della Bundesbank è considerato molto lontano dalla visione di Draghi, essendosi in passato opposto all’abbassamento dei tassi di interesse con cui la BCE presta denaro ai Paesi membri e avendo chiesto una chiusura più rapida del quantitative easing.

Come è accaduto con altri governatori è probabile che Draghi avrà un peso nella scelta del successore e che spinga per restare nel solco della continuità, scongiurando l’eventualità di un brusco cambio di rotta nella politica economica europea alla fine del suo ciclo.

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