In Sudan si infiamma per la protesta contro il presidente Omar al Bashir. È una nuova primavera araba?

di Martina Cera –

Il Sudan, un importante crocevia per i flussi di rifugiati che attraversano il Corno d’Africa per approdare nella parte settentrionale del continente e protagonista di primo piano nello scacchiere geopolitico internazionale, da due settimane è al centro di imponenti rivolte che hanno spinto gli analisti a definire questa crisi “una nuova primavera araba”.

I primi a scendere in piazza sono stati i cittadini di Atbara, nel nord-est, ma la protesta ha rapidamente infiammato il resto del Paese. Ad accendere la miccia è stato un rincaro nel prezzo di alcuni beni di prima necessità come il pane, anche se è apparso chiaro fin da subito che la sommossa popolare fosse partita dalla generale insoddisfazione nei confronti del presidente Omar al Bashir.

“Non è solo una questione di pane. Questa dittatura va avanti da trent’anni, abbiamo accumulato sofferenza su sofferenza e i cittadini sudanesi oggi sono esplosi” ha dichiarato Adam Bosh Nour, portavoce della comunità sudanese in Italia che in questi giorni si è radunata davanti all’ambasciata del Sudan a Roma per far sentire il proprio sostegno alla protesta in patria. Nell’esprimere dissenso nei confronti della dittatura, Nour ha sottolineato la quasi totale assenza di copertura da parte dei giornali occidentali nei confronti della crisi del Sudan, resa ancora più critica dalla secessione nel 2011 del Sud Sudan, di fatto la parte più ricca del Paese.  

Bashir, in carica dal 1989, è l’uomo contro cui la Corte Penale dell’Aja ha spiccato ben due mandati di cattura internazionale. La Corte lo ha riconosciuto responsabile di sette crimini contro l’umanità e di due crimini di guerra nel quadro del conflitto del Darfur in cui hanno perso la vita oltre 300’000 persone. Nonostante le accuse di omicidio, sterminio, trasferimento forzato di individui, tortura, stupro, deliberati attacchi contro la popolazione civile e saccheggio il dittatore è riuscito ad evitare il processo, grazie soprattutto all’Unione Africana, che si è opposta alla sua estradizione.  

Dal primo giorno di proteste sono morte 37 persone e ne sono state ferite alcune decine a causa della reazione spropositata delle forze di polizia, che soprattutto nella capitale Khartoum hanno risposto con violenza e aprendo il fuoco ad altezza uomo, con il deliberato intento di uccidere i manifestanti. Immediato è stato anche il giro di vite tra i giornalisti, con l’arresto in via precauzionale di 519 persone.

Le proteste sono iniziate il 19 dicembre, giorno del ritorno nel Paese del leader dell’opposizione Sadiq al-Mahdi, che vorrebbe candidarsi alle presidenziali del 2020. Presidenziali a cui Bashir aveva promesso di non concorrere, salvo poi dichiarare di voler modificare lo statuto del suo partito, il National Congress Party, per poter partecipare alla contesa elettorale. A inizio dicembre, inoltre, 294 deputati del Parlamento sudanese hanno presentato una proposta di legge per emendare la costituzione al fine di consentire al presidente di candidarsi per un terzo mandato.

La posizione di Bashir, per quanto precaria, sembra per il momento sostenuta dalle principali forze politiche e, ancora più importante se vogliamo tracciare un parallelo con le Primavere Arabe, dall’esercito. A livello internazionale, inoltre, la posizione di Khartoum è migliorata rispetto ad un decennio fa, grazie soprattutto ad alcuni accordi di cooperazione contro il terrorismo.

Se il Sudan è riuscito ad affrancarsi dal ruolo di paria che ha ricoperto negli ultimi anni è grazie soprattutto a Salah Abdallah, direttore del NISS, i servizi segreti del Paese. Il rapporto tra Bashir e quello che è stato a lungo il responsabile della sicurezza della famiglia del presidente è controverso: accusato due volte di aver tentato di rovesciare il regime è stato arrestato e poi rilasciato grazie ad un’amnistia e negli ultimi anni è tornato a ricoprire un ruolo di preminenza nella politica sudanese. Secondo le organizzazioni per i diritti umani Abdallah sarebbe il diretto responsabile di alcuni dei più efferati crimini commessi dal regime in Darfur, nonché l’artefice di una politica sulla sicurezza interna tale da aver reso i servizi segreti del Sudan tra i più potenti nel continente africano. Inoltre, se Bashir può contare sull’appoggio statunitense lo deve soprattutto ad Abdallah, che dopo l’11 Settembre ha rinforzato la lotta al terrorismo di matrice islamica, impegnandosi in una lotta senza quartiere contro le cellule quaediste presenti nel Paese.

Se Bashir riuscirà a mantenere gli investimenti che negli ultimi anni è riuscito ad attirare in patria e i fondi per lo sviluppo concessi dalle istituzioni internazionali per superare il problema del debito probabilmente verrà sostenuto da una comunità internazionale che, proprio come è accaduto durante le primavere arabe, preferisce la stabilità di un regime con cui ha cooperato in passato nonostante le palesi violazioni dei diritti umani all’incertezza di una svolta politica.

Rispondi