Lo sport come tregua, in un mondo di guerre a più livelli

di Deborah Villarboito –

I recenti fatti di cronaca (nera) sportiva fanno riflettere sulla potenza reale dello sport come veicolo di un’educazione alla civiltà che spesso e volentieri è andato dimenticato.

L’aggregazione che avviene tramite le competizioni da parte degli atleti tenuti al Fairplay e dall’altra del pubblico, che non dovrebbe avere altri fini se non quello di tifare per i campioni del cuore. Legato a questo un tema forte è quello della tregua olimpica. Un concetto antico quanto i Giochi e nella sua forma originale e che prevedeva che, per tutta la durata delle competizioni, sul territorio greco venissero interrotte le guerre. Pierre De Coubertin, fondatore delle olimpiadi dell’epoca moderna, volle fortemente riprendere questo concetto adattandolo alla nuova dimensione globale che, edizione dopo edizione, i Giochi andavano conquistando.

Le Olimpiadi avrebbero dovuto rappresentare un confronto leale e cavalleresco tra i migliori giovani provenienti da tutte le nazioni, giovani che evidentemente non dovevano essere impegnati, al momento delle gare, sul campo di battaglia. Per il momento, però, lo score tra la guerra è i Giochi Olimpici è di 5-0 in favore della prima visto che nessun conflitto si è interrotto per dar spazio ai Giochi, ma al contrario le due guerre mondiali hanno fatto saltare tre edizioni delle Olimpiadi estive e due dei Giochi invernali. Un bilancio disastroso, almeno così potrebbe apparire, se non si tenessero in considerazione tutte quelle iniziative, simboliche o concrete, che i Giochi Olimpici hanno fatto in favore della pace.

Casi emblematici e che forse in pochi conoscono sono quello della Squadra Unificata Tedesca, una rappresentanza unita di Germania Est e Germania Ovest che prese parte alle Olimpiadi estive e invernali del 1956, del 1960 e del 1964, proprio negli anni in cui si andava delineando la spaccatura in due della nazione tedesca, e quello della rappresentativa olimpica che a Barcellona 1992 accolse sotto la bandiera a cinque cerchi gli atleti provenienti dalla ex Jugoslavia, permettendo loro di prendere parte alle gare sotto il nome di “Partecipanti Olimpici Indipendenti” nonostante i problemi politici che coinvolgevano i loro paesi. E proprio in questo senso, accanto alla solita approvazione della tregua olimpica, vediamo come il Comitato Olimpico Internazionale abbia deciso, in un momento in cui sul pianeta si contano milioni di profughi, di istituire una squadra per i rifugiati politici, coloro che non hanno più una nazione da rappresentare o una bandiera dietro a cui sfilare.

A livello concreto si tratta di un modo per permettere ad atleti di valore internazionale di non dover abbandonare la propria carriera, a livello simbolico è invece un metodo per sensibilizzare l’opinione pubblica mondiale verso un problema quanto mai attuale vedendolo sotto una luce diversa. Un altro esempio forte è stato quest’anno Pyongyang 2018: una pace, dall’alto costo per il Cio, tra le due Coree. Al di fuori del contesto olimpico, lo sport è veicolo nazionale di pace. Ucraina, 2015, fanno il giro del mondo i video e le foto dei soldati che giocano a calcio nelle 48 ore di tregua a loro disposizione. Un pallone e due tiri, per dimenticarsi del fronte, delle sparatorie, della guerra perpetua. Sempre di soldati ucraini parliamo quando sempre qualche anno fa emersero le testimonianze dei veterani che si davano allo sport per non cadere in alcoolismo e depressione, durante la tregua del 2015.

La storia più emblematica della supremazia della positività dello sport sui combattimenti è la ormai nota “Tregua di Natale” del 1914, durante la Prima Guerra. Da qualche mese era scoppiata la Grande Guerra, i soldati erano impantanati nelle trincee. Da una parte i tedeschi, dall’altra i britannici. Ignari che ci sarebbero rimasti per altri tre anni e mezzo. Convinti che la guerra dovesse avere ben altro destino. La mattina di quel Natale però le truppe di entrambi gli schieramenti si fermarono, deposero le armi e decisero di festeggiare. Fraternizzarono, almeno quel giorno. Una tregua non dichiarata, da nessuno degli Alti Comandi. Una partita di calcio a fare da sfondo. Giocata in un lembo di territorio che era terra di nessuno. Inghilterra-Germania, la prima amichevole tra i due paesi che la storia del calcio ricordi. Circondata da un alone misto di mistero e di leggenda, tra testimonianze anche visive e ingannevoli censure. Un esempio di come lo sport, di qualsiasi tipo sia, debba unire ed essere divertimento, non veicolo di odio, ideologie politiche, violenza gratuita.

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