Nel 2019 l’Etiopia di Abiy Ahmed sarà un modello da imitare?

di Martina Cera –

C’è un Paese, in Africa, che guarda al futuro: è l’Etiopia di Abiy Ahmed.
In soli otto mesi il nuovo premier ha gettato le basi per un cambiamento che non è passato inosservato nel Corno d’Africa martoriato da guerre e divisioni settarie. Abiy ha fatto decadere uno stato di emergenza che perdurava dal 2015, tornare in patria i dirigenti dell’opposizione e tolto i loro partiti dalla lista dei gruppi terroristici, liberato migliaia di prigionieri politici e messo fine ad una guerra pluridecennale con la vicina Eritrea. In ottobre, dopo un’ondata di violenze etniche, ha adottato nuovi provvedimenti per rilanciare il suo programma di riforme. Se avesse dovuto guardare all’operato dei suoi predecessori avrebbe dovuto rispondere alla violenza con la violenza.

Pochi mesi dopo l’insediamento di Abiy il parlamento etiope ha eletto Sahle-Work Zewde, diplomatica di lungo corso e prima donna a ricoprire questo incarico. Durante la sua carriera diplomatica è stata a capo della rappresentanza ONU in Kenya e ambasciatrice in Francia, Gibuti e Senegal. Se in Etiopia la maggior parte dei poteri spettano al premier non si può comunque negare il peso simbolico e l’influenza sociale della figura presidenziale.

Ad oggi il governo etiope è composto per il 50% da donne. Non si tratta di “quote rosa”, ma di assegnazioni in ministeri strategici. Ne è un esempio Aisha Mohammed, che ha assunto la direzione del dicastero della difesa, mentre altri due ministeri di peso – Commercio e Entrate, sono stati affidati rispettivamente a Fetlework Gebre-Egzihaber e a Adanech Abeebe.

La nomina più innovativa, tuttavia, è quella di Muferiat Kamil, ora titolare del ministero per la pace. L’incarico è di forte importanza strategica non solo perché sarà chiamata a dare nuova spinta alle riforme che dovrebbero arginare le tensioni etniche, basate soprattutto su disparità economiche, ma anche perché dovrà affiancare il premier nella sfida più importante: quella della fine del conflitto con l’Eritrea.

La guerra con i vicini, che si trascina da vent’anni, iniziò a causa dell’occupazione da parte etiope del villaggio di Badme. Qualcuno la definì “una sfida tra calvi per il possesso di un pettine”, ma nel giro di due anni i due Paesi già stremati da carestie e siccità videro morire sulla frontiera più di 80.000 persone. Il cessate il fuoco del 2000 non produsse mai nessun trattato di pace e fu la scusa, da entrambe le parti, per far balenare lo spauracchio dell’invasione ad ogni sommossa popolare. In Eritrea fu la causa della cosiddetta “leva militare perenne” che provocò la fuga di migliaia di giovani migranti che volevano evitare i lavori forzati a vita.

La mano tesa di Abiy verso i vicini eritrei ha portato alla firma di un accordo che mette fine allo stato di guerra tra i due Paesi. La riapertura della rotta aerea diretta tra le due capitali, Addis Abeba e Asmara, del commercio bilaterale e delle rispettive ambasciate sono stati altri segnali incoraggianti che si sono aggiunti a quelli già manifestati negli scorsi mesi.

Il 2019 costituirà una sorta di giro di boa per il governo di Abiy, che dovrà dimostrare di saper resistere non solo alle violenze settarie che da anni infiammano il Paese, ma anche di essere in grado di resistere alla vecchia élite politica messa da parte dopo il suo insediamento. Un’élite che negli anni è stata in grado di influenzare in modo rilevante anche l’apparato di sicurezza, che il nuovo premier desidera riformare a partire dai servizi segreti.

L’altra importante sfida è quella del mantenimento della pace con l’Eritrea. Solo l’istituzionalizzazione dell’accordo, la stesura di trattati sulle tariffe doganali e sulla cittadinanza, nonché l’accettazione bilaterale del confine potranno dirci se quella tra i due Paesi è una tregua temporanea o una pace duratura.

Se l’impresa dovesse avere successo l’Etiopia di Abiy non sarebbe più soltanto un’eccezione in un panorama politico internazionale in cui autocrati e nazionalisti la fanno da padroni, ma un modello da imitare.

In Africa, come nel resto del mondo.

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