Ritiro dei soldati americani in Siria

di Martina Cera –

Era nel programma elettorale di Donald Trump, che già nel 2016 annunciava, in caso di vittoria alle urne, il ritiro dei duemila soldati americani in Siria. Una proposta che all’epoca faceva gola alla base isolazionista del futuro presidente degli Stati Uniti e che due anni dopo ha provocato l’ennesimo terremoto interno all’amministrazione americana.

Trump ha motivato il ritiro dei soldati americani con un video su Twitter in cui ha dichiarato: “Dopo la storica vittoria contro l’ISIS è il momento per i nostri eccezionali giovani di tornare a casa”. Immediata la reazione del ministro della difesa Jim Mattis che nella sua lettera di dimissioni ha espresso tutta la sua contrarietà al ritiro dei marines dalla Siria. L’ex generale ha ricordato che la fine dell’impegno americano lascerebbe libero il campo alle ambizioni di Russia ed Iran e che la perdita di controllo da parte del sedicente Stato Islamico su vaste zone in Siria ed Iraq non si traduce automaticamente in una totale sconfitta dello stesso. Visione condivisa da Brett McGurk, Inviato Speciale della Presidenza per la Coalizione Globale contro l’ISIS, dimessosi poche ore dopo Mattis, che pochi giorni prima l’annuncio di Trump ha segnalato la presenza di oltre 2500 combattenti alla frontiera tra Siria ed Iraq.

Il ritiro dei soldati americani ha provocato, com’era prevedibile, una crisi fra gli alleati.

Emmanuel Macron, in visita alle truppe francesi in Ciad, ha ricordato a Trump che “gli alleati devono essere affidabili”, mentre Benjamin Netanyahu ha da subito alzato i toni contro Teheran: “Israele continuerà ad agire con forza contro i tentativi dell’Iran di arroccarsi in Siria.”.

I più colpiti dalla decisione americana di abbandonare il teatro siriano sono i curdi siriani, che come membri delle Syrian Democratic Forces hanno combattuto con le loro YPG, Unità di protezione popolare, e YPJ, Unità di protezione delle donne, al fianco della coalizione occidentale realizzando il 99% delle vittorie sul territorio. La Turchia, che considera le SDF un’organizzazione terroristica al pari del PKK, ha in passato sconfinato in Siria per attaccarne i miliziani. La più drammatica di queste azioni è stata, a gennaio 2018, la presa della città di Afrin nell’enclave curda del Rojava siriano: allora l’esercito turco si è abbandonato a saccheggi, stupri e torture. Negli ultimi mesi il presidente turco Recep Tayyip Erdogan non ha mai nascosto l’idea di marciare sui territori del nord della Siria a est dell’Eufrate, in modo da utilizzare una vittoria contro i curdi come propaganda in occasione delle elezioni amministrative che si terranno a marzo.

Nei giorni scorsi l’attenzione si è spostata su Manbij, nel nord-est della Siria. Le milizie curde hanno dichiarato in un comunicato stampa di aver chiesto all’esercito di Bashar al-Asad prendere il controllo della città per proteggerla “dall’invasione turca”. L’esercito lealista si sta muovendo anche in direzione Kobane, roccaforte della resistenza curda al sedicente Stato Islamico, proprio mentre le truppe e i carri armati turchi si stanno ammassando sul confine. A bloccare i sogni espansionistici di Erdogan è intervenuto anche il ministro degli esteri russo Sergei Lavrov, il quale ha dichiarato in una nota stampa che le terre lasciate libere dai soldati americani devono tornare, coerentemente con i principi del diritto internazionale, in mano ai siriani. Dimitrij Peskov, portavoce del Cremlino, ha aggiunto che Mosca vede di buon occhio l’arrivo dei lealisti a Manbij, definendolo “Un passo positivo nella stabilizzazione della regione”. È probabile che i curdi decidano di investire nella relazione con Damasco, offrendo appoggio al governo in cambio di alcune concessioni di autonomia nei propri territori.

A decidere quali saranno le sorti della Siria nei prossimi mesi sarà il vertice trilaterale che si terrà a Mosca tra Turchia, Iran e Russia. Con il ritiro degli statunitensi la bilancia di potere nell’aria penderà verso Asad e i suoi alleati: gli sciiti iraniani della Guardia Rivoluzionaria, i guerriglieri di Hezbollah e russi.

Non è la prima volta che gli Stati Uniti fanno un passo indietro nello scacchiere mediorientale, tradendo le promesse fatte agli alleati. Accadde nel 2012, sempre in Siria, con la “linea rossa” di Barack Obama ed è successo più volte, in diversi scenari, con la presidenza Trump.

Indipendentemente dalla reazione degli alleati con il ritiro delle truppe gli Stati Uniti perdono, dopo quattro anni di guerra e ingenti risorse impiegate sul territorio, il loro ruolo nei futuri colloqui di pace lasciando libero il campo a Russia ed Iran e dimostrando che, ancora una volta, nella politica estera di Donald Trump non c’è nulla di coerente.

Rispondi