A Riad si apre il processo per l’omicidio Khashoggi con un messaggio chiaro ad alleati e detrattori: Mohammed bin Salman è intoccabile

A Riad si apre il processo per l’omicidio Khashoggi con un messaggio chiaro ad alleati e detrattori: Mohammed bin Salman è intoccabile

10 Gennaio 2019 0 Di il Cosmo

di Martina Cera –

A tre mesi dall’assassinio del giornalista dissidente Jamal Khashoggi e dopo numerosi tentativi di depistaggio la procura di Riad ha dato il via al processo contro undici cittadini sauditi accusati di essere coinvolti nell’omicidio al consolato di Istanbul. Si tratta chiaramente di un’operazione volta a rassicurare gli alleati, nonché di un messaggio a chi pensava di gettare un’ombra sulla figura di Mohammed bin Salman: il principe è intoccabile, al punto da non essere stato nemmeno citato nei documenti relativi all’indagine.

Secondo la procura di Riad, infatti, Mohammed bin Salman sarebbe stato all’oscuro di quanto architettato da alcuni uomini dei servizi segreti, tra cui il generale Al Asiri, per cui è stata chiesta la condanna a morte.

Ahmed al Asiri, numero due dell’intelligence del regno, ha lavorato come portavoce della coalizione a guida saudita nella guerra in Yemen. Nel maggio del 2015 è stato messo sotto accusa da alcune organizzazioni per i diritti umani, dopo aver definito le città houti Saadah e Marran “obiettivi militari” nel tentativo di giustificarne gli ingenti bombardamenti che hanno provocato la morte di centinaia di civili.

Considerato come uno dei più stretti collaboratori nella cerchia del principe saudita, nel 2017 è stato trasferito ai servizi segreti. È stato rimosso dal suo incarico il 20 ottobre scorso con l’accusa, da parte della famiglia reale, di essere parzialmente responsabile dell’omicidio del giornalista.

Di fatto Ahmed al Asiri costituisce il capro espiatorio perfetto per la monarchia saudita: un ufficiale sufficientemente in vista, già in passato criticato dalle associazioni per i diritti umani, che più di una volta è finito sotto i riflettori per le sue dichiarazioni controverse. Nonostante non facesse parte della lista di quindici funzionari, la “hit squad” citata dai media turchi, contenente i nomi dei presunti assassini del giornalista, è stato coinvolto fin da subito nelle indagini della procura di Riad.

Il commando arrivato in Turchia avrebbe avuto il compito, secondo la versione delle autorità saudite, di convincere il giornalista a tornare in patria, che Khashoggi aveva lasciato nel 2017 per trasferirsi negli Stati Uniti dove aveva iniziato a collaborare per Washington Post. Era una voce indipendente che, negli anni, aveva apertamente criticato la corona e in particolare la scelta di intervenire militarmente in Yemen.

Il 2 ottobre scorso si era recato al consolato saudita esclusivamente per ottenere i documenti necessari al divorzio, ma essendo consapevole del rischio che correva aveva chiesto alla propria compagna di aspettarlo fuori e, in caso di mancato ritorno, di  avvisare le autorità.

Secondo la versione turca, supportata da un file audio, il giornalista è stato torturato e strangolato, il suo corpo smembrato. L’atto sarebbe stato premeditato, come dimostrano anche i video delle telecamere di sorveglianza del consolato, che inquadrano alcuni funzionari intenti a portare dentro l’edificio gli strumenti che sarebbero poi serviti ad occultare i cadaveri. Le autorità saudite, invece, sostengono che vi sia stata una colluttazione in seguito alla quale al reporter sarebbe stata fatta un’iniezione per addormentarlo, poi risultata fatale.

“Credo che ci sia davvero bisogno di un’inchiesta internazionale per accertare ciò che è realmente accaduto e chi sono i responsabili di quel terribile omicidio” ha dichiarato l’Alto Commissario ONU per i diritti umani Michelle Bachelet in conferenza stampa a Ginevra, esprimendo anche propria contrarietà per la chiusura saudita che impedisce all’ONU di valutare se quello in corso a Riad sia un processo equo o meno e per la condanna a morte richiesta dalla corte. La necessità di un processo internazionale è stata fortemente sostenuta anche dalla Turchia, che ha tutto l’interesse in un ridimensionamento della figura di Mohammed bin Salman.

Nei mesi successivi all’omicidio le voci che chiedono giustizia per Jamal Khashoggi non si sono spente, eppure non si è mai stati così lontani dalla verità come oggi. Nonostante le voci critiche contro la corona il suo rappresentante più noto, il principe Mohammed bin Salman, è ancora saldamente al potere e nemmeno un omicidio brutale come quello di Khashoggi è stato in grado di metterne in discussione l’influenza.