Abuso di antidolorifici: il doping legale

di Deborah Villarboito –

Spesso l’attenzione ricade solo verso il tipo di doping più diffuso. Quello illegale. Quello che viene ricercato attraverso gli esami di urine e sangue. Tutte le sostanze che non utilizzabili perché scorrette, nocive, ma che rimangono una piaga. C’è una tendenza più subdola e meno nota però, quella che sfocia nell’abuso di antidolorifici. Ciò accade soprattutto quando l’atleta espone il proprio fisico alla fatica senza riposo, spesso in caso di infortuni. Non è un caso che le tracce più evidenti si trovino tra i maratoneti e i calciatori, con casi eclatanti ed esiti preoccupanti, poiché ad ignorare i segnali che il proprio corpo manda non è mai una buona idea.

Assumere antidolorifici alla partenza di una maratona ad esempio antinfiammatori non steroidei (Fans), che ricoprono le categorie comuni legate all’azione antinfiammatoria, antidolorifica ed antipiretica, porta a risultati non proprio felici. L’Aulin, uno dei più utilizzati, specie in ambito sportivo, ha come principio attivo la nimesulide e si caratterizza per le proprietà antinfiammatorie, ma soprattutto antidolorifiche, solitamente infatti viene utilizzato per il trattamento del dolore acuto. Gli effetti collaterali prevalenti e generali dei Fans sono reazioni allergiche gravi, reazioni cutanee, gastrolesività, nefrotossicità, aumento di sanguinamento/trombosi.

Molta attenzione occorre poi nel loro utilizzo in caso di assunzione di eventuali altri farmaci, diabete, fumo di sigaretta concomitante, alcune cardiopatie, scompenso cardiaco, ipertensione arteriosa, porta all’aumentato rischio di trombosi, età. Ad esempio la Nimesulide ha effetti secondari di tipo antiossidante e di lieve protezione cartilaginea che altri fans non possiedono; per cui un discorso collettivo risulta molto azzardato. Riguardo alla “premedicazione” in campo sportivo va posto in evidenza come i F.A.N.S., non rientrino tra le sostanze vietate dalle misure antidoping, siano per ciò solamente farmaci a rischio di facile abuso inappropriato; detto ciò essi vengono utilizzati prevalentemente per la loro azione antidolorifica, poiché inibendo il dolore permettono un gesto sportivo meno rigido e più prolungato, in caso il dolore insorga, antinfiammatoria, riducendo l’infiammazione muscolare legata all’usura permettono una prestazione più precisa, per l’aumentata vascolarizzazione che causano, dovuta al loro effetto a livello piastrinico, ed infine in quanto alcuni studi mostrano come l’uso di Fans migliori le performance di endurance attraverso un meccanismo non ancora completamente definito. Il dolore è però un campanello d’allarme del nostro organismo, in caso di insorgenza di dolore, se la prestazione continua il rischio per il soggetto che non si ferma è una lesione maggiormente invalidante.

L’aumentato flusso sanguigno potrebbe rivelarsi fattore prognostico negativo in caso ad esempio di trauma, causando emorragie o ematomi maggiori del dovuto. Quanto alla funzionalità renale infine, pensiamo, ad esempio, ad una maratona sotto il sole: consideriamo quanto una funzionalità renale messa ulteriormente a rischio possa rivelarsi davvero pericolosa. Basti pensare al “caso Aulin” per capire come le generalizzazioni siano inappropriate: in alcuni paesi è stato addirittura ritirato dal commercio a causa dei gravi danni epatici causati, l’incidenza dei quali in Italia è stata riportata così bassa da permettere al farmaco di rimanere approvato per situazioni acute e brevi periodi. L’azione incauta verso se stessi può valere in alcuni casi per gli amatori. Ben più grave quando ad essere coinvolti in abusi invalidanti siano sportivi professionisti. In questo ultimo anno Riza Durmisi ha imparato a sue spese questa lezione.

Il calciatore ha subito un calo drammatico nel 2018, perché un infortunio alla schiena non gli permette di allenarsi in maniera continuativa con il suo Club. Durmisi ha raccontato ad una testata locale danese di come l’anno appena concluso sia stato il peggiore della carriera fino a questo momento. Ha ammesso che l’infortunio se lo porta dietro dal periodo degli esordi, praticamente da inizio carriera per il danese. Erroneamente scambiata per una cosa passeggera, nel 2018 si è rivelata quasi invalidante. Qui panchina prolungata e salto a piè pari della Coppa del Mondo. Nel settembre 2016, l’inizio del declino. Dopo la prima partita con il Betis, una caduta inspiegabile davanti casa, per cui è stato soccorso dai parenti: era incapace di rialzarsi. Troppe iniezioni e antidolorifici hanno debilitato il fisico, che aveva bisogno del giusto tempo per guarire dagli infortuni. Durmisi, però, ha continuato a forzare la mano: solo un mese di stop, per poi tornare in Nazionale.

La consapevolezza del danese è quella di essersi rovinato da solo, costretto a giocare con i tape sulla schiena, quasi come per rimanere tutto insieme e non perdere pezzi in giro. Iniziando con il Betis, nuovamente viene messo da parte il problema, in vista di una stagione esplosiva: a 22 anni è considerato uno dei migliori giocatori della Liga spagnola. Il prezzo del successo è stato alto però, con un 2017 giocato dolorosamente e un 2018 da incubo, bloccato in panchina. Una gamba alla metà delle prestazioni iniziali e un fisico che ha risentito di tutte le scelte sbagliate del giovane calciatore. Quello che viene da chiedersi è per quale motivo medici sportivi e società mettano a repentaglio la salute dei propri giocatori. Un 22enne che dovrebbe essere nel pieno della fisicità si ritrova alla metà delle sue possibilità perché prima e dopo le partite si faceva iniettare antidolorifici alla schiena, al ginocchio e al gomito. Una progressione che ha portato ad un certo punto il suo fisico al blackout. Un atleta così giovane non si rende conto magari degli effetti a lungo termine.

I medici dovrebbero conoscerli però. La cosa più triste è che tra i calciatori questo spettro incombe più che negli altri sport (in cui ci sono altre problematiche affini certo), perché non c’è la possibilità del riposo in un certo senso. Giornate ravvicinate e mercati ogni sei mesi pregiudicano la possibilità di guarigione corretta e sana, per evitare di rimanere tagliati fuori o essere etichettati come “merce” difettata e fragile.

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