Fabio Orecchini: “La consapevolezza ambientale parte da chi usa i veicoli”

di Deborah Villarboito –

L’Italia verso una mobilità sostenibile. Ci si arriverà, ma con il tempo. Per capire dove, come e quando abbiamo parlato con il professore universitario, ingegnere e giornalista Fabio Orecchini, professore ordinario di “Sistemi per l’Energia e l’Ambiente”, Dottore di ricerca in Energetica e direttore del Dipartimento di Ingegneria della Sostenibilità, Direttore del Centro di Ricerca sull’auto e la sua evoluzione all’Università degli Studi Guglielmo Marconi di Roma e il curriculum va avanti tra numerosi progetti, collaborazioni con testate nazionali e pubblicazioni.

Ha aperto da poco anche il sito “FabioOrecchini.it – Obiettivo Zero Emissioni”. Ferma la convinzione che in Italia si arriverà ad una mobilità sostenibile:«Sicuramente abbiamo, come dappertutto, altre abitudini e infrastrutture al momento, oltre che altri gusti.

Si scelgono le cose con un parametro che spesso sarà superato. Secondo me in Italia è più possibile che altrove. Attualmente non siamo sicuramente in testa su questa evoluzione-rivoluzione – spiega il Professor Orecchini – Credo che potremmo addirittura rimontare e sorpassare perché ci sono molte caratteristiche dell’italiano che mi fanno pensare che sarà un mondo che gli piacerà molto. L’Italia è in posto bello e questo già di per sé non si presta a tecnologie che nel tempo hanno dimostrato di rovinarlo, questo anche sulle nostre bellezze che sono andate annerendosi nel tempo.

Quella è un’Italia che credo tra qualche anno non vorremmo vedere e non vedremo più. Subito non è possibile, perché siamo indietro, sull’infrastruttura e in parte sulla coscienza ambientale nelle abitudini di acquisto». Certo è che la difficoltà sia nella diffusione delle idee di avanzamento tecnologico della nostra penisola: «Oggi siccome l’italiano non pensa di essere in un Paese all’avanguardia, guarda con troppo scetticismo le soluzioni più innovative. Nella mia esperienza di docente universitario ho visto succedere questo negli ultimi anni con maggiore tristezza: anche i nostri studenti non pensano a volte di essere in uno dei Paesi tra i migliori del mondo, mentre noi lo siamo stati, lo siamo e potremo ancora esserlo. È chiaro però che se iniziamo a pensare come se non lo fossimo, va a finire che poi saremo davvero arretrati. L’italiano automobilista non è alla ricerca purtroppo oggi dell’avanguardia in Italia, ma sicuramente potrà tornare a farlo. Deve però essere aiutato a capire perché queste tecnologie siano migliori, quali siano i limiti, perché ancora ci sono, e poi perché bisogna passare a questa mobilità lasciandone una che ci appare così comoda e immediata, ma che non è più sostenibile».

La situazione è grave: «Da un punto di vista ambientale per essere ottimisti stiamo superando il limite, ad essere realisti l’abbiamo già superato. I cambiamenti climatici, stiamo capendo se riusciamo a limitarli, ma non siamo affatto riusciti ad evitarli». Possono allora gli stop ai diesel essere efficaci? «I blocchi temporanei del traffico o di tecnologie bisogna dire, da un punto di vista ambientale, servono a poco o a pochissimo, probabilmente a niente. Questa è una cosa che si trascina da anni. Fermare un giorno o due non serve a nulla. Quello a cui può servire è che se si ferma una tecnologia molto spesso diminuisce il flusso generale, quindi diminuisce un pochino il traffico ma non sono certo queste le misure che ci permettono di risolvere il problema. Vengono fatte perché la responsabilità della salute dei cittadini è del sindaco – continua – Quindi se ha dei superi di polveri sottili troppo ripetuti, deve dimostrare di aver fatto qualcosa, con ciò che può.

Dal punto di vista reale ambientale è piuttosto evidente che serva a ben poco. Ha una sua utilità dal punto di vista socio-didattico: se il messaggio che si vuole dare con quel blocco è “se si usa l’automobile si inquina e facciamo del male”, allora è un altro discorso. Bloccando il diesel si suggerisce ai cittadini di non acquistare questa tecnologia. Questo è l’unico effetto piuttosto forte che possono avere questi blocchi, ma che non è ambientale».

La difficoltà ancora una volta è legata agli utenti delle vetture:«Il diesel intrinsecamente ha delle caratteristiche che vanno poco d’accordo con gli inquinanti che vogliamo bloccare, però gli ultimi modelli li abbattono totalmente. Poi però escono dalla concessionaria e la maggior parte va in officina a modificare la propria auto. A questo punto di chi è la responsabilità? Della casa madre? No, di chi usa l’auto senza coscienza ambientale e di salute pubblica.

In sede di revisione la cosa può essere segnalata, poi bisogna capire se viene fatta correttamente o meno. I meccanici non sono poliziotti e i poliziotti stessi non controllano i tubi di scappamento delle auto, non c’è un controllo su strada di quelli che sono i parametri di inquinamento». Arrivare alla sostenibilità in questo ambito si può ma «parlando di tecnologie, quello che serve è una pianificazione – precisa il professore – Che si debba uscire dall’era del motore a combustione interna, quindi delle emissioni inquinanti è sicuro, come si riesca a farlo? Se si incominciasse a programmare delle uscite, allora l’industria si potrebbe attrezzare, il cliente potrebbe entrare nell’ottica di idee, gli avanguardisti inizierebbero ad acquistare dimostrando che è possibile fare diversamente.

Allora tutto può succedere, ma non con una differenza così netta come è stato fatto recentemente con diesel e benzina. Quello che noi dobbiamo andare a superare è il motore a combustione interna». Sugli altri fronti energetici si cresce oppure si è già affermati, sta di fatto che sono sempre più un futuro vicino: «L’auto a gas in Italia ha una grandissima tradizione, non è un successo di oggi. In Italia l’automobilista è abituato di più a riconoscere queste tecnologie, le compra, ambientalmente sono maggiormente compatibili, fanno circolare in caso di blocchi del traffico.

Per quanto riguarda l’idrogeno, il combustibile più pulito che conosciamo, ha bisogno di una sua struttura dedicata che non esiste, anche per la produzione e l’auto che la deve usare. L’idrogeno ha vissuto una stagione di grande attenzione una ventina di anni fa, quando sembrava la vera alternativa ai combustibili fossili, perché da molti punti di vista è simile. Secondo me non ha trovato alleati sul suo cammino. Mentre l’elettrico ha degli alleati come le aziende di batterie e di fornitura elettrica – conclude Orecchini – Se noi dobbiamo pensare ad un mondo futuro dove ci saranno idrogeno ed elettricità, sono due infrastrutture molto importanti per l’auto, entrambe da fare quasi da zero e oggi è sicuramente più avanti quella elettrica».

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