Green Book: l’itinerario dell’uguaglianza

Green Book: l’itinerario dell’uguaglianza

10 Gennaio 2019 0 Di il Cosmo

di Elisa Torsiello –

La recensione del film vincitore ai Golden Globes con Viggo Mortensen e Mahershala Ali.

Corrono veloci e sinuose le dita di Don Shirley sul suo pianoforte. Le mani non si limitano a suonare, ma toccano i tasti come se li stesse accarezzando uno a uno. Un atto d’amore ripetuto ogni sera, ogni giorno, davanti a un pubblico sempre diverso. Eppure chi si sente davvero “diverso” è proprio lui,  Don Shirley (Mahershala Ali), perché nero, omosessuale, in un’America del 1962 che ancora ostracizza chi ha la sola colpa di essere nato bianco.

Seduto a tavola, Anthony “Lip” Vallelonga (Viggo Mortensen) intanto mangia. E se non mangia mena. E Lip mena forte. Cresciuto nel Bronx in una famiglia di origini italiane, Lip ha ereditato dal paese d’origine dei suoi antenati tutte quelle caratteristiche che hanno dato allo stereotipo dell’italiano tipo: Lip è di buona forchetta, parla urlando, o accompagnando ogni parola con qualche gesto della mano così da sottolineare la forza del significato del suo discorso. Tony è anche un bravo guidatore, ma soprattutto un lavoratore. Costretto a casa per un rinnovo al locale dove lavorava come buttafuori – il Copacabana – l’uomo decide di rimboccarsi le mani e cercare altro. Seppur riluttante per quell’ideale un po’ razzista che gli annebbia la mente, Tony decide comunque di proporsi come autista e tuttofare di Don Shirley. Quello che ne consegue è un viaggio sentimentale e di formazione, in cui due mondi così agli antipodi si incontrano, esplodono, per poi ricreare un nuovo, unico, microcosmo personale, fatto di amicizia e tolleranza.

È un film di buoni sentimenti “Green Book”. Un’opera che strappa un sorriso e fa riflettere, soprattutto se contestualizzata in un periodo storico non così dissimile da quello di cinquant’anni fa. Ancora oggi si continua a parlare di diversità e segregazione, di muri e divisioni, gli stessi che hanno accompagnato la vita di Don Shirley. Lo sguardo abbassato per non incrociare occhi pieni di odio e disgusto; il corpo chiuso in una macchina e pronto a mostrarsi in tutta la sua energia solo una volta salito sul palco; questo è l’uomo che si presenta dinnanzi a Lip all’inizio del loro viaggio e che con lui condividerà un itinerario ben preciso, scandito da tappe ben segnate su quel Green Book che non solo dà il titolo all’opera, ma è per Don un’ancóra di salvezza. “The Negro Motorist Green Book” era infatti una guida turistica dedicata agli afro-americani in cui venivano segnalati i ristoranti, i garage, i motel e tutti i servizi destinati alle persone di colore. Un ulteriore elemento caratterizzante una realtà parallela in un mondo che ignora il concetto di unione. Ritrovare in questa storia analogismi con il mondo odierno è qualcosa che spaventa e che deve spaventare. Non sorprende allora come uno strumento potente come il cinema, perpetuamente in contatto diretto con i nostri pensieri inconsci, senta l’esigenza di tramutarsi in strumento pedagogico, e di scagliarsi contro sentimenti omofobici, razzisti e disumani.

Il cinema non si stancherà di raccontare storie come quelle di Tony Vallelonga e Don Shirley fino a quando ci saranno ancora ingiustizie da piegare, mentalità da mutare e coscienze umane da scuotere, modificando così il nostro modo di approcciarsi e guardare la realtà. Seppur in maniera edulcorata e meno tagliente di quanto ci si sarebbe aspettato (la sceneggiatura mostra il problema razziale, senza però analizzarlo in profondità), anche il film di Peter Farrelly (qui alla sua esperienza in solitaria dopo anni passati a firmare film come “Tutti pazzi per Mary” o “Scemo + Scemo” in coppia con il fratello Bobby) rientra in quella schiera di film denunciatori, scagliati contro atteggiamenti e pensieri poco consoni al senso di uguaglianza e solidarietà che dovrebbe trovarsi alla base della nostra società. La bellezza di “Green Book” risiede tutta nel modo in cui ogni attacco viene sferrato: con ironia e semplicità. Buddy-movie richiamante il classico natalizio “Una poltrona per due” (con un tocco di “A spasso con Daisy” al contrario), l’opera di Farrelly non appesantisce le due ore di durata, infarcendo la propria storia di gag e trovate spassose, soprattutto quando queste vanno a toccare gli opposti stili di vita e le differenze dicotomiche (ma non per questo insormontabili) caratterizzanti i due protagonisti.

Pur improntata su una sceneggiatura solida e una regia mai invadente, se “Green Book” può davvero considerarsi un prodotto riuscito è soprattutto grazie alle performance attoriali di Viggo Mortensen e Mahershala Ali. Il primo non si limita a interpretare una parte; entra nel mondo di Lip, si veste della sua pelle e vive dei suoi pensieri. Senza rasentare la macchietta, Mortensen studia il personaggio, aderendovi con anima e corpo. L’attore mette in azione un meccanismo rodatissimo, fatto di un linguaggio stralunato e improbabile, perché ricco di neologismi pseudo-italiani, e gesti, tic, mai fuori luogo ma sempre coerenti a una personalità resa reale. Grazie a Mortensen Lip ritorna a vivere, questa volta sullo schermo e in un’esistenza effimera, ma non per questo meno significante. Da parte sua Mahershala Ali costruisce un personaggio distante, per carattere ed esigenze, altezzoso ma profondamente in conflitto con se stesso. La sua è un’interpretazione giocata sui silenzi, in sottrazione, scevra di mimica gestuale, ma proprio per questo fortemente  intensa ed emozionante. Insieme i due godono di un’alchimia spiazzante, atta a rafforzare un sodalizio artistico tutto giocato su tempi comici studiati alla perfezione e rientranti perfettamente in un meccanismo a orologeria dove niente è lasciato al caso ma concepito, curato, e riproposto sul grande schermo con amore. La stessa regia allude alla solidità e al rispetto reciproco che intercorre tra i due personaggi immortalandoli sempre insieme, uno a fianco all’altro in continui totali o riprese ad ampio respiro.

Forse meno caustico e visivamente d’impatto di un altro film già ora nelle sale come “Vice – L’uomo nell’ombra”, “Green Book” (in uscita il 31 gennaio) si conferma uno dei migliori titoli di questo inizio di stagione cinematografica. Forte della sua semplicità narrativa, e di messaggi importanti che nasconde, l’opera si rivela meritevole di vittorie prestigiose come quella che l’ha consacrato “Miglior film commedia o musical” ai Golden Globe dello scorso 6 gennaio 2019. Da vedere assolutamente, magari recuperando un altro grande – e fin troppo sottovalutato – film come “Detroit” di Kathryn Bigelow. Un’opera, questa, in cui le risate lasciano spazio agli spari, e la musica del pianoforte al rumore assordante delle sirene della polizia. Due film diversi, opposti, ma accomunati dalla volontà di mostrare un universo assuefatto all’odio razziale, pronto a fare il suo ritorno, soffocandoci.