I primi provvedimenti di Jair Bolsonaro dopo il suo insediamento come presidente del Brasile

di Martina Cera –

Bolsonaro, eletto presidente del Brasile lo scorso ottobre, è considerato un estremista di destra: ha più volte espresso opinioni populiste, sessiste, omofobe, anti-ambientaliste, ha dichiarato di essere favorevole alla tortura e ha rimpianto la dittatura. Le sue posizioni lo hanno portato, nei primissimi giorni della sua presidenza, ad iniziare una campagna di epurazione nei confronti dei dipendenti ministeriali che hanno esternato idee di sinistra. Vere e proprie purghe, motivate dal Ministro per la Pubblica Amministrazione Onyx Lorenzoni in una dichiarazione come «L’unico modo per far le cose rispettando le nostre idee e i nostri concetti e di portare avanti ciò che la maggioranza della società brasiliana ha deciso».

Subito dopo il suo insediamento, il primo gennaio, Bolsonaro ha messo in atto una serie di provvedimenti volti a colpire le comunità indigene e le persone LGBT+, due tra i suoi bersagli preferiti in campagna elettorale.

La questione indigena in Brasile è di estrema rilevanza politica. Oggi si riconosce alle comunità amazzoniche il ruolo di custodi della biodiversità in una delle regioni al mondo maggiormente colpite dal cambiamento climatico, ma fino agli anni ’80 gli indigeni sono stati vittime di una serie di politiche volte ad assimilarli alla società brasiliana e a sottrarre loro vaste aree di Amazzonia.

Le giunte militari rimpiante da Bolsonaro, alla guida del Paese dal 1967, sono state le principali responsabili di un’enorme campagna di sfruttamento dell’Amazzonia che provocò, in trent’anni, un vero e proprio genocidio: se nel 1970 la popolazione Yanomami, una delle tribù più antiche e conosciute, era stimata a 20.000 abitanti; alla fine del secolo era scesa a 9.000.

Dal 1988, con il riconoscimento da parte della nuova costituzione del diritto per i popoli indigeni del possesso permanente ed esclusivo delle loro terre, la situazione è migliorata. La restituzione delle terre alle comunità che le abitavano in passato è stata però estremamente lenta, proprio a causa dell’opposizione di parte della società brasiliana. Degli oltre 1.200 appezzamenti rivendicati dagli indigeni ne è stato restituito poco più di un quarto e le procedure per assegnare altri terreni si protraggono da anni.

I proprietari dei territori confinanti con la foresta amazzonica, tuttavia, continuano ad opporsi al sostegno del governo ai popoli indigeni, che va a scapito del loro tentativo di estendere le aree coltivabili. Quella dei latifondisti è una lobby molto combattiva, a capo della quale fino a pochi mesi fa si trovava Tereza Cristina Corrêa da Costa Dias, ora a guida del Ministero dell’Agricoltura incaricato proprio di esaminare le richieste di assegnazione dei terreni amazzonici.

Bolsonaro, che in campagna elettorale aveva promesso di limitare il controllo indigeno su vaste porzioni di Amazzonia, ha spostato la direzione della Fundaçao Nacional do Indio, che precedentemente dipendeva dal ministero della Giustizia, sotto il  quello del nuovo Ministero delle Donne, della Famiglia e dei Diritti Umani. Ancora una volta bisogna guardare al titolare del Ministero per capire le conseguenze di questo gesto: Damares Alvares, avvocata e pastore evangelico, è una figura controversa. Per anni è stata a capo di un gruppo che ha come obiettivo l’evangelizzazione delle comunità indigene nel mirino delle autorità per importanti accuse di odio razziale.

Ventiquattr’ore dopo lo spostamento della Fondazione Bolsonaro, che condivide con molti leader di estrema destra una passione smodata per l’uso dei social network, ha twittato: “Insieme, integreremo questi cittadini. Meno di un milione di persone abitano nelle regioni isolate del Brasile e sono sfruttati e manipolati dalle Ong”. Le limitazioni al lavoro delle organizzazioni non governative, spesso criticate da Bolsonaro in campagna elettorale, sono un altro dei primi provvedimenti presi dal neoeletto presidente. Non è un caso che arrivi in contemporanea a quelli sulle comunità indigene: le Ong che operano in Brasile spesso si occupano proprio dei diritti dei popoli amazzonici e di questioni ambientali.

Pochi giorni dopo il suo insediamento Bolsonaro ha firmato una legge in cui si escludono le persone LGBT+ dall’elenco di ciò di cui si occupa il Ministero delle Donne, della Famiglia e dei Diritti Umani.

La comunità LGBT+ brasiliana è stata più volte presa di mira dai seguaci del presidente, che si riferisce spesso alla necessità di contrastare la fantomatica “ideologia gender”. Per non lasciare nessun dubbio su quali siano le idee della presidenza sulla questione il Governo l’ha completamente rimossa dalle linee-guida del Ministero.

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