Il rumore della vittoria di Ilaria, lo sente tutta Italia

di Deborah Villarboito –

Ilaria è una forza della natura. Quello che per molti può sembrare un limite in realtà è il motore che la spinge a fare quello che fa. Ad essere una persona notevole, specchio di una gioventù che si ribella ai luoghi comuni e usa le difficoltà come trampolino per saltare sempre più in alto e schiacciare sugli ostacoli. Ilaria Galbusera attraverso lo sport diffonde il suo spirito combattivo, che ha una missione importante: inclusione. Per questo Mattarella l’ha fatta Cavaliere della Repubblica. Con un’esperienza decennale nella Nazionale italiana di pallavolo con giocatrici sorde, ha portato a casa, con le compagne, anche un argento dai Deaflympics di Turchia 2017: 92 Paesi e quasi 3200 atleti partecipanti. Lì scopre che la squadra del Ghana non aveva potuto partecipare. Ilaria dopo quell’esperienza parte con la direttrice tecnica Loredana Bava per girare fra le scuole per sordi ghanesi a insegnare lo sport che amano. Questi sono solo un paio di esempi dell’attività di Ilaria, che si racconta per noi.

Quando nasce la tua passione per la pallavolo? Perché hai scelto proprio questo sport?

La passione per la pallavolo è nata seguendo le gesta di mio fratello Roberto, che allora giocava nell’Olimpia SAV. Andavo sempre a vedere le sue partite accompagnata da mamma e papà. Mi piaceva molto vedere, non solo il gioco, ma soprattutto come i ragazzi si divertissero e socializzassero molto tra di loro, considerando che allora facevo uno sport individuale. Così a 12 anni mi sono iscritta al Volley Excelsior Bergamo iniziando nell’Under 13. Ho fatto tutte le trafile delle giovanili fino ad oggi..e di anni ne sono passati 14. Una passione che non è mai cessata!

La sordità ti ha sempre accompagnata. Come è stata la tua infanzia?

Sono nata sorda profonda da mamma udente e papà sordo. Anche i genitori di mia mamma sono sordi. Mio fratello Roberto, di 30 anni, invece, è udente. Hanno scoperto che ero sorda quando avevo 7 mesi. A 9 mesi invece ho messo le protesti acustiche e ho iniziato un percorso di logopedia e musicoterapia. È una sordità congenita, a trasmissione ereditaria. Sono cresciuta bilingue, con l’italiano parlato e con la lingua dei segni italiana. Oltre alla logopedia e musicoterapia, mamma ha lasciato il lavoro per seguirmi. Se sono quella che sono ora, devo molto a lei.

Da piccola non comprendevo l’importanza di tutti questi sacrifici. Ho trascorso un’infanzia serena. Le prime difficoltà sono sorte nella fase di transizione tra l’infanzia e l’adolescenza. Un periodo sempre un po’ delicato. Alle superiori mi sono affacciata ad una nuova realtà. Forse non preparata, spostandomi dal paese alla città. Per la prima volta mi sono sentita diversa, o meglio mi hanno fatta sentire diversa. La sordità sorgeva quando mi mettevo in relazione con le persone. Così è arrivato il momento che non sopportavo più il fatto che io fossi diversa dagli altri e che questi non mi accettassero per quella che ero. Ne sono passati di mesi finché un giorno mi sono detta “fanculo”, non valeva la pena di stare così. Sono cambiata caratterialmente e interiormente. Mi è servito questo “down” per capire molte cose. Ora è un periodo che ricordo col sorriso, nonché una tappa della mia vita che è servita per essere quella che sono ora.

Miss Deaf World 2011: che tipo di esperienza è stata?

Diciamo che è una storia davvero lunga. Mai avrei voluto fare un concorso di bellezza, non era nei miei sogni e nei miei piani. Essendo l’unica femmina di tutti i nipoti, da sempre mia nonna materna, sorda anche lei con cui avevo un legame bellissimo, sognava di vedermi sulle passerelle. Si è ammalata di un brutto male, che in pochi mesi me l’ha portata via. Nel letto dell’ospedale, a settembre trasmettevano miss Italia e me l’ha chiesto di nuovo. Ho deciso di farla contenta e mi sono iscritta. Nonna a gennaio del 2011 è morta e io non volevo più partire, ma mia madre mi ha detto che una promessa vale sempre. Così l’8 luglio 2011 ho vinto quel titolo. Ci sarà stato il suo zampino? È impressionante la somiglianza tra noi due.

L’argento in Turchia 2017 con la Nazionale: Come è andata? Cosa rappresentano per te la Nazionale e il ruolo che ricopri?

Vincere l’argento è stata un’emozione indescrivibile. A parole credo non si possa spiegare, ma può capirlo chi lo vive direttamente. A distanza di qualche mese i ricordi sono ancora tanti. Riviverli mi riempie il cuore e rivedere le foto mi emoziona ancora. Mostrano quanto in campo eravamo un gruppo solido e unito. Spesso e volentieri rivivo i quarti contro la Polonia e la semifinale contro l’America. Sono state due partite piene di emozioni con l’adrenalina a mille, che ancora scorre nelle vene. Per il resto, ogni volta con le compagne ci si ride o si rivivono le chicche, piccoli momenti di condivisione sia in campo sia fuori, che non mancano mai. Siamo davvero un gruppo unito e come capitano ne vado molto orgogliosa. Per me è come una seconda famiglia, se si pensa che ormai sono oltre dieci anni che milito in Nazionale. Colgo l’occasione per ringraziare le mie compagne, la Coach Alessandra Campedelli, il DT Loredana Bava e tutto lo staff tecnico per il grande lavoro che stanno portando avanti e la Federazione Sport Sordi Italia (FSSI) per il grande supporto che ci danno ogni volta permettendoci di partecipare a queste competizioni internazionali.

“Il rumore della vittoria”: come nasce questo progetto e da dove arriva la tua passione per il videomaking?

“Il rumore della vittoria” è un documentario realizzato e diretto dalla sottoscritta insieme ad Antonino Guzzardi ed è nato più che da un’idea, da una scommessa di entrambi, una sfida. Siamo infatti due giovani sordi appassionati di sport e arti visive i quali, nel corso di un viaggio attraverso l’Italia, durato più di due anni, hanno seguito il percorso umano e sportivo di sei giovani atleti sordi che indossano la maglia azzurra. Il tutto con l’obiettivo di sensibilizzare il pubblico su tematiche di cui i media parlano poco e di portare sullo schermo una realtà importante che ancora oggi risulta però sconosciuta ai più. Alice, Anna, Claudio, Loris, Mauro e Pasquale, i protagonisti del documentario, raccontano le loro vite spesso segnate da pregiudizi e stereotipi legati alla loro disabilità e di come si ritrovino ad essere invisibili in una società che viaggia di corsa e non presta loro la giusta attenzione. Davanti alla cinepresa spiegano poi come lo sport abbia permesso loro di superare queste barriere e degli enormi sacrifici fatti per arrivare a indossare la maglia azzurra, l’ambizione più grande per ogni atleta italiano, accomunati dal desiderio di rivalsa contro la convinzione comune che non ce l’avrebbero mai potuta fare.

Cosa vuoi fare “da grande”?

Bella domanda! Ancora adesso non so cosa voglio fare da grande, mi piacciono tante cose. La

vita riserva tante belle sorprese, per cui chi vivrà, vedrà!

L’esperienza con il Ghana: perché?

Le istituzioni locali e nazionali non hanno alcun interesse a investire in progetti per atleti sordi: le persone con sordità sono considerate inabili a fare qualsiasi cosa. È la più invalidante ed emarginante tra le disabilità. La Nazionale di pallavolo ghanese necessita di aiuto in termini economici e logistici. Dopo le emozioni che abbiamo vissuto alle ultime Olimpiadi, conquistando la medaglia d’argento, pensiamo sia giusto che tutti i ragazzi sordi abbiano le nostre stesse possibilità e possano vivere il loro sogno olimpico.

Champions’ Camp. Che cos’è?

L’idea nasce nel 2011 da Manuela Nironi, una splendida persona con cui ho il piacere di lavorare con la collaborazione dell’Gss Reggio Emilia. Collaboro con lei dal 2014, dalla seconda edizione. Il Champions’ Camp è una realtà già presente sul territorio nazionale che tutte le estati fa campi estivi con tematiche diverse. Ogni edizione con le settimane dedicate all’integrazione dei bambini sordi e udenti ha visto un crescente e notevole numero di iscrizioni da parte dei bambini e dei ragazzi sordi.

Questo non può farci altro che piacere, segno che stiamo lavorando su un progetto d’integrazione di questo livello unico in Italia che ha un ottimo riscontro da parte delle famiglie che si ritrovano nei valori che il Champions’ Camp insegna e lascia ai loro figli al termine della vacanza. Lo sport è fondamentale per la crescita di ogni bambino, è in grado di non marcare le differenze anzi è un mezzo capace di fornire una piena integrazione e permettere a chiunque di avere una piena autostima di se stessi. Se il tutto è inserito anche in un’ottica di piena e completa accessibilità per i bambini e i ragazzi sordi si può dire di avere vinto. È un progetto in cui io e Manuela crediamo fortemente. Proprio perché lo sport è vita vogliamo dare la possibilità a più bambini sordi di vivere questa esperienza perché siamo convinte che per loro sarà un momento di crescita indimenticabile. Questa estate entriamo nella quinta edizione e ci saranno tante nuove sorprese!

Cavaliere della Repubblica: l’avresti mai detto?

È stata un emozione fortissima, non l’avrei mai detto e nemmeno sognato. In tutta sincerità mi sento ancora spiazzata e sorpresa da questa notizia perché io ho fatto soltanto quello che amo fare davvero e che mi rende più felice, quello in cui credo fermamente: una completa inclusione del mondo dei sordi con il mondo degli udenti. Questo riconoscimento non fa altro che aumentare la voglia di continuare su questa strada. È importante non solo per me ma, soprattutto, per tutto il mondo dei sordi perché testimonia il fatto che la sordità non può e non deve essere un limite o un ostacolo, ma uno stimolo per affrontare le sfide che la vita ti presenta ogni giorno.

Che cos’è per te lo sport?

Amo molto lo sport, per me è vita. Lo pratico da quando sono piccola e mi ha permesso di essere quella che sono ora. Di migliorarmi sempre, di mettermi alla prova, di tirare fuori il meglio di me. Nello sport non esiste il diverso. Unisce, fa incontrare tra loro le persone nel pieno senso del rispetto. Nuove amicizie, diventate per me importanti, sono nate grazie allo sport. Dà la possibilità ai ragazzi sordi senza piena autostima di se stessi, di acquisire sicurezza nelle proprie capacità, come è successo a me. Al tempo stesso lo sport tra i ragazzi sordi è fondamentale, in quanto permette a loro di confrontarsi, avendo le stesse difficoltà quotidiane, infatti solo con il confronto tra simili c’è la possibilità di capire che non si è soli a questo mondo. Non c’è altra persona che possa capirmi meglio di una persona sorda. Questo confronto a me è servito molto, in fase adolescenziale, in un periodo che non accettavo la mia sordità e vedere le altre compagne sorde realizzate nella vita, mi ha permesso di capire che, nonostante il limite, si può fare tutto. Si può trasformarlo in un punto di forza e così è stato.

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