Il teorema del ritardo

Il teorema del ritardo

10 Gennaio 2019 0 Di il Cosmo

di Alessandro Pignatelli –

A costo di essere ripetitivo, continuo la mia battaglia (contro i mulini a vento) qui al Centro sulla puntualità. Se dai appuntamento a un’ora, non puoi decidere arbitrariamente di presentarti mezz’ora dopo. A meno che tu non sia la sposa, che la macchina si sia fermata all’improvviso (ma esistono i telefonini). Che ci sia stata un’emergenza, insomma. Ma, credetemi, nove volte su dieci qui l’orario di un appuntamento è quanto di più approssimativo ci sia. Di conseguenza, anche le prenotazioni. Perché il ristorante di turno sa che le 20.30 saranno forse le 21 o le 21.15. E’ una sorta di giostra che, girando, coinvolge tutti. Ognuno sale a bordo.

Io sono ‘tedesco’ da questo punto di vista. Anche se ogni tanto, ormai, sgarro anche io. Ma al massimo di dieci minuti perché tanto so che ne dovrò attendere almeno altri venti. E ora fa freddo pure qui. Con disprezzo o qualche volta con ammirazione, questa cosa della puntualità viene additata come “sì, voi al Nord fate così”. Eh già. Avremo altri difetti – siamo freddi, scostanti, non amiamo le cene di famiglia con tutti i parenti fino al terzo grado, preferiamo chiudere i portoni – ma quello della puntualità proprio no. È una questione di rispetto per chi fa di tutto per essere pronto all’orario indicato. Magari smettendo prima di lavorare, lasciando a metà un lavoro, facendosi una  doccia di cinque minuti invece che di quindici. Ormai, però, dopo un po’ di anni, mi sento davvero come Don Chisciotte. Lotto, lotto, e ne ricavo un’altra attesa.

Come domenica pomeriggio. Alle cinque si parte. Alle cinque e cinque sono sotto il portone. Alle cinque e 25 niente e nessuno scende. Nessun sms. Nulla. Me ne torno verso casa dopo aver scritto io: “Son venti minuti che son qui sotto”. Il telefono prosegue nel suo mutismo. Chiamo. Risposta: “No, ma perché sei tornato a casa. Io sono per le scale”. La casa è di fronte alla mia, dunque il mio “sto tornando a casa” era più per avvertire che ero al freddo e che me ne tornavo al caldo. Insomma, finalmente alle 17.30 si parte. Ma non dovevate partire alle 17? Già. Ma vabbé, c’è stato un contrattempo. E il telefono ce l’avevo nella borsa. E la borsa era lontana. E l’sms non l’ho sentito. Aggiungeteci altre cose voi. A piacere.

Il motivo però è quello che già vi ho spiegato. Chi ti aspetta a un orario, sa che di prassi ritarderai. Dunque il tuo ritardo sarà alla fine come arrivare in orario rispetto al ritardo che l’altro aveva preventivato. È una questione matematica, un teorema quasi. Son sicuro che Pitagora ne avrebbe fatto uno, insomma. Io ci provo: i minuti di ritardo accumulati dagli abitanti di un certo luogo sono pari ai chilometri percorsi da Nord a Sud. Facile, no? Dunque, valdostani e altoatesini, voi dovete spaccare il secondo. I siciliani possono partire pure il giorno dopo.