Pensioni, Lo Conte: “La scelta del cittadino è una determinante”

di Deborah Villarboito –

In questi giorni avverrà l’approvazione definitiva di alcuni degli emendamenti che compongono la revisione che riguarda il sistema previdenziale. Nel frattempo abbiamo chiesto all’esperto sul tema de “Il Sole 24 Ore”, Marco Lo Conte di spiegarci quali sono effettivamente i pro e i contro delle novità che ci aspettano in caso di entrata in vigore delle ultime parti da stabilire, altre sono già valide dal primo gennaio 2019. Quindi qualcosa può ancora variare.

I punti fermi però ci sono e devono essere approvati. «Tutto quello che posso dire è suscettibile a variazione. Ci sono dei punti fermi però. Sicuramente ci sono dei cambiamenti ma non sono ancora definiti – precisa Lo Conte – Per questi provvedimenti, in quello che dovrà essere il testo del governo, non è prevista l’abolizione della Fornero. Al contrario è prevista una sperimentazione in cui vengono mutate provvisoriamente alcune condizioni per il pensionamento. È un dettaglio giuridico tecnico ma è fondamentale perché di fatto se non dovesse cambiare nulla, in futuro passati questi tre anni si ritorna la pensionamento a 67 anni, cioè con i criteri attuali. Con la riforma che si vuol provare a mettere in campo si va a 62 anni di età e 38 di contributi. Passati i tre anni si dovrebbe però tornare i criteri previgenti».

Novità quindi sono legate al prepensionamento: «L’altro elemento fisso è quello delle Quote 100, citato prima (62 anni di età e 38 di contributi, ndr) con qualche eccezione che rimane rispetto alle modifiche del passato. Di fatto attualmente è possibile andare in pensione prima, con la così detta Ape Sociale, quella norma messa a punto dal precedente governo che prevedeva di poter andare in pensione a 63 anni per chi aveva smesso di lavorare per alcuni casi, come per i lavori gravosi, di cui ce ne sono 15 categorie. Per un gruppo non trascurabile di lavoratori è possibile. Un’altra casistica per cui si può andare in pensione prima e resterà è l’Opzione Donna, che riguarda le lavoratrici che sostanzialmente potranno andare in pensione prima grazie a 35 anni di contributi previdenziali versati.

Coloro le quali sono nate nel 59 e hanno 35 di anni di contributi possono andare in pensione da subito. Voci dicono che potrebbero estendere la cosa anche alle nate nel 1960. Bisogna capire se rimangono i 38 anni o se si decurtano, questo per agevolare qualcuno che ha iniziato a lavorare molto presto. Questi sono coloro che possono andare in pensione con le norme attuali e sono confermate dalle riforme che il governo Conte sta definendo». Poi il divario sempre presente tra pubblico e privato. Ciò che è da sottolineare è il tema della scelta del cittadino: «Ci sono una serie di altre cose che riguardano la distinzione tra dipendenti pubblici e privati, un tema molto delicato perché i dipendenti pubblici sono molto molto meno di quelli privati. In particolare i dipendenti statali possono andare in pensione in una finestra che scatta sei mesi dopo il raggiungimento dei requisiti, mentre quelli privati tre mesi dopo.

Questo perché naturalmente, all’interno degli uffici dei posti di lavoro pubblici c’è bisogno di organizzare un po’ prima il lavoro. Il tema della Quota 100 è un tema volontario. Nella migliore delle ipotesi in vitro in lavoratore potrebbe anche decidere liberamente di andare in pensione oppure no. Non sempre le decisioni sono libere, perché le condizioni del posto di lavoro incidono in vario modo: ti spingono ad andare via, oppure a restare. Oppure a casa ti spingono ad andare al lavoro dietro a ragioni economiche. Sostanzialmente quindi c’è differenza tra dipendenti pubblici e privati. Questa riforma definisce che penalizza leggermente quelli pubblici, a fronte di un’esigenza concreta, quella di organizzare il lavoro degli uffici che in realtà riguarda anche i dipendenti privati. Questa è un po’ una caratteristica anomala».

Un altro punto è quello della rendita pensionistica. «Chi va in pensione a 62 anni, invece che a 67, sostanzialmente vede una decurtazione della pensione. Chiaramente perché va in pensione con un numero di anni contributivi inferiore. Visto che la pensione è in funzione di quanto è stato accantonato in forma di contributi previdenziali, meno anni accumuli e più bassa sarà la pensione. Ad esempio, nel caso di due lavoratori che lavorano entrambi per 42 anni, chi versa più contributi avrà una pensione più alta, mentre chi ne versa di meno, perché ha uno stipendio più basso, riceverà di meno. Toccherà ai lavoratori capire se conviene davvero andare in pensione con una rendita più bassa oppure dire decidere di continuare per averne una più alta. Lì entrano in gioco motivazioni personali ed economiche.

Questo tipo di decisioni, sono difficili da normare. Il tema della scelta individuale è molto delicato perché entrano appunto in gioco fattori che difficilmente le norme possono chiarire. Le leggi danno un orizzonte in cui iscriversi. Il tema è quanto uno ci vada a perdere. Chiaramente il lavoratore che va in pensione con cinque anni di anticipo, quindi con una rendita che si allunga di cinque anni, va a prendere una cifra inferiore che va dal 15 al 25%. c’è chi dice anche il 30% in meno. Ad esempio chi andando a 67 anni si aspettasse 1500 euro nette, anticipando a 62 ne percepirebbe 1200 circa. Sta all’individuo decidere. Un punto delicato perché da un lato le leggi in astratto definiscono un quadro, calate nella realtà però, il rischio è che siano indotte, in un senso o nell’altro, dal posto di lavoro. O il datore di lavoro ti impone di andare via o rimanere, oppure al contrario è il lavoratore a imporre la presenza o l’assenza. In entrambi i casi si crea un problema, perché se un lavoratore se ne vuole andare, il datore di lavoro potrebbe non averne convenienza, ma necessità».

Ci si chiede allora se sia effettivamente sostenibile un sistema a Quota 100 per come siamo messi attualmente: «Il tema della sostenibilità è un tema attuariale, quella disciplina che calcola i flussi in entrata e in uscita all’interno di comunità insomma. Quota 100 costa qualche miliardo, primi già 5 e mezzo più o meno, poi a crescere sempre di più. È un investimento che lo Stato fa nei confronti degli over 60. la collettività, il fisco, lo Stato mette a disposizione questa somma per far smettere di lavorare le persone e per garantire loro una rendita pensionistica vita natural durante. Quindi mette un po’ in difficoltà la sostenibilità, il sistema, quindi ha bisogno di un aumento della fiscalità o quanto meno di uno spostamento di risorse che il fisco recupera dai cittadini con i contributi, togliendole ad altri ambiti per metterli a disposizione della previdenza.

Il sistema italiano, confrontato con quello degli altri Paesi è sostanzialmente molto adeguato, nel senso che le pensioni attualmente ammontano a circa 70-75% dell’ultimo stipendio. La materia previdenziale è molto complicata, perché dove tocchi sposti, si crea disparità, non esiste un sistema perfetto. Il tema centrale di tutto Quota 100 è questo: il fatto che si ritorni proprio alla formazione del pensionamento in base alle quote. Cosa che accadeva in passato. Il tema non è trascurabile perché significa che si definisce per legge, o come in questo caso con una sperimentazione, l’età e le condizioni del pensionamento. Io vedo con un certo sospetto che un tema così delicato come le pensioni possa essere maneggiato dalla classe politica che ha un obiettivo di brevissimo termine, quando invece le pensioni hanno una prospettiva di lungo termine.

Sacconi aveva fissato un principio importante, che l’età del pensionamento veniva definita in maniera automatica rispetto all’aspettativa di vita. Meccanismo automatico e trasparente». A parlare di pensioni, ci si dimentica del lavoro spesso. Ma potrebbe esserci un meccanismo virtuoso tra le proposte: «Il problema di queste norme è che si parla tanto del reddito di cittadinanza e pensionamento, quindi ciò che accade prima e dopo nel lavoro, ma purtroppo sono state poche le iniziative che hanno incentivato il lavoro in sé e l’investimento. Purtroppo la manovra appena varata fa veramente poco per il lavoro. Riduce gli investimenti, aumenta l’imposizione fiscale e sottrae risorse alla formazione ed istruzione. Vengono incentivate tutte le soluzioni a brevissimo termine».

Attraverso il superamento della conflittualità tra lavoratore e datore di lavoro si potrebbero ottenere benefici sulle assunzioni: «Ci sono anche degli aspetti positivi di questo progetto che ancora potrebbero essere soggetti a qualche variazione. In particolare una norma su cui so che hanno collaborato alcuni esperti, ha consentito di superare proprio quella conflittualità tra dipendente e azienda, incentivando con accordi di secondo livello, quindi sindacati e imprese, una pace contributiva. Ciò fa in modo che l’azienda paghi dei contributi anticipati al lavoratore per fargli raggiungere il pensionamento, da una parte, dall’altra l’impresa si impegna ad assumere nuovi addetti, quindi creando quel ricambio generazionale che è stato tanto auspicato quando si diceva di abolire la Fornero.

Sappiamo però che non è detto che se pensioniamo i sessantenni si assumono più giovani, anzi, di solito gli ultrasessantenni fanno dei lavori che raramente sono coperti da giovani, almeno non in misura maggioritaria. Il cambio generazione non è definito, ma è stato inserito in extremis in maniera abbastanza efficace, questo meccanismo di concertazione che un po’ ridà quello spazio che era stato calpestato nella contrattazione tra aziende e sindacati. Mandare in pensione determinate persone, garantendo l’assunzione di giovani è un meccanismo che ha funzionato in alcuni settori e che ha dato dei frutti. Chiaramente per le imprese significa alleggerirsi da un carico di una serie di costi e di assumere giovani, non solo in forze ma anche pronti ad affrontare nuove sfide, soprattutto tecnologiche o quant’altro, migliorando la qualità e riducendo la quantità degli oneri sostenuti dal punti di vista finanziario».

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