Vito Massimo e Giusy, fratelli di sport: liberi con le ali dell’amore

Vito Massimo e Giusy, fratelli di sport: liberi con le ali dell’amore

10 Gennaio 2019 0 Di il Cosmo

di Deborah Villarboito –

Il detto dice “mani fredde cuore caldo”. Vito Massimo subito mi confessa che è sensibile al freddo, anche a Palermo dove abita. Continuando a conoscerlo però, si ha la sensazione che dietro ad una parlata simpatica e cortese si nasconda anche un grande cuore. Storia particolare quella di Vito Massimo. Ancora più interessante il legame con la “sorella” Giusi. Insieme hanno fatto tanto senza accorgersene, perchè le cose belle, si sa, capitano quando non ci pensi e tutto avviene naturalmente.

Lo spirito di Vito Massimo Catania non è passato inosservato: è uno dei Cavalieri della Repubblica scelti da Mattarella a fine 2018. Da circa due anni ha messo da parte l’attività agonistica individuale per iniziare una nuova avventura con Giusi La Loggia, affetta da atarassia, un malattia neurodegenerativa che la costringe a trascorrere la sua vita seduta su una sedia a rotelle.

Allora Vito Massimo ha deciso di correre con lei. «Lo sport è di tutti e per tutti. Io ho la fortuna di poter fare sport indipendentemente da ciò che si fa. Poi quando vedi una persona in difficoltà, come Giusi, che purtroppo non può fare quello che sto facendo io, ma vedo che ama quella disciplina, allora la facciamo insieme. Non c’è e non deve esistere una barriera. Quindi quello che posso offrire a lei sono le mie gambe, mentre lei mi dona un sorriso, una carezza, un abbraccio. Questa è la più grande vittoria che io possa ricevere. Tramite me so che sto regalando qualcosa di piacevole ad un’altra persona» esordisce Vito. «Ho incontrato Giusi per caso, durante una gara. La prima volta non ci siamo parlati, ma ho visto una donna spenta e triste. Ho vinto e mi hanno premiato sul palco. Senza dire nulla sono andato da lei e le ho donato il mio trofeo.

I nostri cuori si parlavano, senza usare le parole. Sempre per caso il secondo incontro ad un’altra manifestazione anche in quel momento ho voluto consegnarle la medaglia. Da lì è nata questa bella amicizia – continua Catania – Il caso non esiste però, Dio ha voluto farci incontrare e oggi siamo qua, sempre più amici. Le sto vicino come posso. Lei ha ritrovato il sorriso. Quando sei in difficoltà, la quasi totalità degli amici ti abbandona. Io invece mi sono avvicinato sempre di più a lei, perché io amo aiutare le persone che hanno bisogno. Dedicarsi agli altri penso che sia la cosa più bella che si possa fare. Dio ci ha dato il dono della vita, sta a noi poi cercare di viverla come meglio possiamo. Io non ho avuto un’infanzia facile, l’amore mi è mancato, ho un bisogno di essere amato e di amare allo stesso tempo.

L’amore lo vado a cercare in coloro che ne hanno bisogno come me. Sono veramente quelle che riescono a darmi quell’affetto e quell’amore che cerco». Un corridore precoce dalla vita in continuo cambiamento: «Ho iniziato a correre a circa 11 anni, poi ho smesso introno ai 15 perché ho trovato lavoro in una fabbrica, dove ho lavorato una quindicina di anni. Per la pesantezza dei turni ho deciso di non correre più, ma andavo in palestra. A venticinque anni, dopo anche il militare, ho deciso di ritornare a in strada e mi sono rimesso in forma piano piano. Sto bene con me stesso e mi accetto per quello che sono oggi». Ritrovando così una passione che prende un altro nome importante: «Per me correre è libertà. Quando corro mi sento una persona libera. Ne ho bisogno per caricarmi e affrontare le mie giornate.

Ogni mattina vado a correre alle 4.30, l’unico orario a disposizione. Amo talmente tanto lo sport, perché mi fa stare bene, mi aiuta ad affrontare il giorno nuovo che Dio mi ha donato nel migliore dei modi possibili. Mi fa affrontare ogni cosa con entusiasmo». L’avventura iniziata con Giusi va oltre lo sportivo, ma ne incarna pienamente i sentimenti e le inclinazione che si dovrebbero avere attraverso di esso: «I primi passi li abbiamo fatti insieme sull’Etna, durante una gita tra amici. Giuseppe, il marito di Giusi, spingeva la carrozzina e si vedeva che era un po’ stanco. Ho preso il suo posto e piano piano non so come ho iniziato a correre. Ho notato che lei si sentiva una donna realizzata, libera.

Nel 2017, poi, mi era passata di correre in maniera agonistica, mi allenavo, ma ho voluto fermarmi dalle gare. Un’organizzatrice mi ha poi parlato della sua idea di una gara per far correre anche chi fosse stato in carrozzina. Ero un po’ preoccupato di dover spingere una carrozzina per una trentina di km, non lo avevo mai fatto, a parte quella volta con Giusi – racconta il runner -Ho accettato e lì abbiamo iniziato. È stato tutto un susseguirsi di eventi. La gente ha iniziato ad apprezzarla ed amarla per la donna che è. Abbiamo percorso in due anni 532km, tra mezze, maratone, tre e sei ore. La gioia che mi regala è talmente grande che quando spingo la carrozzina non ne sento il peso. Ho cercato nel mio piccolo di farle sentire tutto quello che io ho vissuto in questi anni.

Ci siamo sempre tanto divertiti. Il messaggio che in particolare volevo lanciare è la sensibilizzazione alla ricerca, perché solo i medici, grazie a noi che doniamo, possono scoprire da dove viene la malattia per poterla curare. Nel nostro piccolo io e Giusi abbiamo fatto qualcosa di grande: fare conoscere questo male, ricevendo spesso come premi non coppe o vasi, ma donazioni per la ricerca». Siamo al telefono, tra una domanda e l’altra veniamo interrotti dai condomini del palazzo in cui è portiere da più di un anno. Premuroso, attento e sempre gentile con chi gli si presenta davanti, saluta tutti con simpatia e cordialità.

Una vita passata tra un lavoro e l’altro e che potrebbe aver trovato la sua tranquillità, a 39 anni: «I condomini mi amano e io amo loro. Qui sto bene e mi fanno stare bene. Ho sempre adorato il contatto con le persone, parlare con loro, ascoltarle e io sono una cassaforte per ciò che mi confidano». Un uomo semplice e umile Vito Massimo, che non si è lasciato andare a superbia dopo la nomina da parte del Presidente della Repubblica:«Ho ricevuto la telefonata mentre ero al lavoro da una signora molto distinta nel parlare. Ho pensato ad uno scherzo per prima cosa. Mi ha detto di andare a vedere sul sito del Quirinale, dove avrebbero pubblicato entro qualche giorno l’elenco. Io non ci ho dato peso in realtà, ha controllato Giusi per me e alla fine era la verità. Per me non c’è nulla di straordinario – spiega -Vivo nel mio ordinario e non ci faccio caso più di tanto.

Non sono presuntuoso: è una bella cosa però sto sempre con i piedi ben saldi a terra. Anche se non fosse arrivata non avrebbe cambiato la mia vita. Io sto bene come sto. È arrivata all’improvviso, ben venga. Qualcuno mi ha anche chiamato Cavaliere. Io ho risposto che mi chiamo sempre Vito Massimo Catania. Io voglio vivere nella mia normalità, con il mio nome e il mio cognome che i miei genitori hanno scelto. Quello è un titolo che ben ci sta però non è nulla di più. Io sono sempre Vito». C’è una gran bella motivazione però: “Sensibilizza così gli sportivi e il pubblico sulla vita dei disabili, vittime delle barriere”: «Spero di essere da esempio. Da quando ho iniziato io altri ragazzi hanno fatto la stessa cosa, si sono messi a disposizione degli altri, con il pubblico che ci acclama. Faccio capire che se lo posso fare io lo possono fare anche loro, perché è bello aiutare gli altri. Penso che sia anche la cosa più naturale che un essere umano possa fare». Le stesse emozioni e affetto le prova anche Giusi che ci confida: «Con Vito Massimo è nato questo feeling particolare che non si riesce a spiegare a parole sinceramente. Siamo un tutt’uno. È come se tra me e lui la carrozzina non ci fosse nulla quando siamo in gara.

Mi trasmette quell’energia, quella positività che fa si che io abbia la sensazione di correre con le mie gambe. Con il ritmo della corsa mi sento libera, mi sembra di volare – spiega la sorella di cuore del runner – Durante una gara gli chiesi se si potesse volare, lui mi rispose di sì, con le ali dell’amore. Questa frase ormai l’ho fatta mia. L’amore in generale ti dona tanto. Vito mi ha ridato la gioia di vivere. Prima ero arrabbiata e triste, non volevo uscire con la carrozzina. Mi sentivo osservata, era come se avessi invidia delle donne che camminavano a braccetto con i propri mariti. Io invece ce lo avevo dietro e non lo vedevo. Quando mi ha abbracciato la prima volta, al nostro secondo incontro, Vito ha fatto sciogliere tutto questo stato d’animo. Come se fosse evaporato, è andato via. Da lì è nata questa unione forte. Con lui tre anni sono volati, nella situazione di prima non sarebbero passati mai e sarebbero parsi 20. Ha alleggerito tutte le mie sofferenze. Sta tirando fuori il meglio di me che tenevo nascosto».