Cannabis light: un controsenso all’italiana

di Deborah Villarboito –

In realtà sulle confezioni c’è scritto che devono essere utilizzate solo per collezione, un po’ come francobolli e monete. Non si potrebbe nemmeno ingerire in nessun modo. Sembra però che una semplice scritta come quella riportata sulle confezioni in vendita non dissuada dal fumarla o mangiarla in qualche maniera. Stiamo parlando della cannabis light.

Un business che ha avuto un boom pazzesco nell’ultimo anno e che nello stesso tempo è stato arrestato bruscamente dalle istituzioni con nuovi regolamenti in materia. I Canapa shop che vendono le infiorescenze di canapa a basso contenuto di THC, denominata cannabis light o canna legale è un fenomeno notevole: in poco più di un anno sono stati aperti quasi oltre 2000 negozi tra online e fisici in tutto il Paese. Il mercato si sta sviluppando anche in Svizzera, dov’è nato, e in Francia. In Italia il giro di affari è in costante crescita, stimato da Coldiretti in 6,5 milioni di euro, tra rivenditori e produttori.

La cosa però ha subito un arresto. Il Consiglio Superiore di Sanità ha sottolineato come non possa essere esclusa la pericolosità dei prodotti contenenti o costituiti da infiorescenze di canapa. Inoltre ha raccomandato che fossero attivate nell’interesse della salute individuale e pubblica misure atte a non consentire la libera vendita. Così è stato. Infatti lo stop è arrivato sulla vendita in negozi e supermarket. Il CSS ha ritenuto infatti che non possa essere esclusa la pericolosità della cannabis light, poiché la biodisponibilità di THC anche a basse concentrazioni (0,2-0,6%) non è trascurabile. In più il consumo avviene al di fuori di ogni possibilità di monitoraggio e controllo della quantità effettivamente assunta e quindi degli effetti psicotropi che possa produrre. Sottolinea nella stessa nota di qualche mese fa, che “non appare che sia stato valutato il rischio connesso al consumo di tali prodotti in relazione a specifiche condizioni come età, presenza di patologie concomitanti, stato di gravidanza o allattamento, interazioni con farmaci, effetti sullo stato di attenzione, etc..così da evitare che l’assunzione inconsapevolmente percepita come ‘sicura’ e ‘priva di effetti collaterali’ si traduca in un danno per se stessi o per altri come per il feto o la guida in stato di alterazione)”.


Il tutto era partito con l’approvazione della legge 242 del 2 dicembre 2016: “Disposizioni per la promozione della coltivazione e della filiera agroindustriale della canapa”, con lo scopo di rilanciare l’industria di settore. Con questa norma non è più necessaria alcuna autorizzazione per la semina di varietà di canapa certificate con contenuto di Thc al massimo dello 0,2%, fatto salvo l’obbligo di conservare per almeno dodici mesi i cartellini delle sementi utilizzate. La percentuale di Thc nelle piante analizzate può inoltre oscillare dallo 0,2% allo 0,6% senza comportare alcun problema per l’agricoltore. Le infiorescenze di canapa possono essere per legge coltivate e vendute, ma possono essere utilizzate solo come prodotto da collezione. In sostanza, la legge 242/2016 se, da un lato, tutela la condotta dell’agricoltore che detenga piante di canapa risultate ai controlli con un contenuto di THC superiore allo 0,2% ed entro il limite dello 0,6%, dall’altro, nulla dice in merito all’eventuale destinazione d’uso delle stesse. Da qui l’idea di business: non viene indicato il modo si utilizzo, perchè sono dichiarati come “oggetti da collezione”, materiale “industriale” o “tecnico”.

Ovviamente i collezionisti sono pochi. L’uso è quella del fumarla o vaporizzarla. Ora, dopo il monito della CSS potrebbero esserci due esiti: o il divieto di vendita totale delle infiorescenze tramite ordinanza del Ministro della Salute o una regolamentazione della materia.

I produttori e venditori di cannabis light in Italia, dal canto loro, hanno costituito la loro “Confindustria”: Aical, Associazione italiana cannabis light. Presieduta da Riccardo Ricci, il cofondatore di Cbweed, una delle prime società italiane a nascere dopo l’ok del 2016. Un mercato fiorente che se le inventa tutte: cannabis a domicilio, un filone bio, senza pesticidi e concimi chimici. Secondo quanto stimato dalla Coldiretti, gli ettari destinati alla coltivazione sono passati da poco meno di 400 nel 2013 a più di 4mila nel 2018. Anche i piccoli coltivatori sono entrati nel mercato, destinando alla canapa parte dei loro terreni. Intanto sono spuntate da Nord a Sud migliaia di imprese che producono e vendono cannabis light. La marijuana legale si coltiva in tutta Italia. Le coltivazioni outdoor, all’aperto, sono concentrate nel Centro-Sud, mentre quelle in serra o indoor sono presenti soprattutto nel Centro-Nord. La qualità, spiegano, non cambia. Quello che cambia sono le varietà prodotte, che vengono influenzate dalla tecnica di coltivazione e dal terreno utilizzato. Nel 2016, il mercato italiano era popolato soprattutto da aziende straniere, ora la creazione di un’associazione aiuta anche a combattere la concorrenza estera. Anche perchè per ora le istituzioni si tengono a distanza. Aical chiede una regolamentazione piena del settore. Secondo l’associazione, le norme contenute nella legge 242 del 2016 non sono sufficienti. Un controverso mercato insomma capace di portare lavoro e di smuovere l’imprenditoria giovanile, ma che può andare a ledere alla salute pubblica sul lungo periodo. Un contrasto all’italiana insomma che vede prima la concessione e poi la marcia indietro. Come se non si aspettasse che i pezzi da collezione venissero trasformati in fumo. Un altro ingenuo segreto di Pulcinella.

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