Cosa fa Diego? Va veloce!

di Deborah Villarboito –

Diego Gastaldi è uno degli esempi di vita che non si arrende. Fino al 2011, era un ragazzo che viveva la vita normalmente, tra studi, sport e le attività classiche di un 27enne. Il 23 agosto di quell’anno però, qualcosa cambia in maniera traumatica: un incidente segna per sempre il futuro di Diego, perchè avrà una nuova compagna, la sedia a rotelle. Sette anni dopo, dopo un percorso di crescita interiore e consapevolezza fisica, raggiunto soprattutto grazie allo sport, il giovane arriva alla medaglia di bronzo agli Europei di Berlino. Due in realtà: una nel singolo e una a squadre. Che cosa fa Diego? Va veloce verso i vari traguardi che la vita gli mette davanti, tra una corsa, una vittoria, una modifica alla carrozzina, qualche caduta e tanti sorrisi.


Il tuo rapporto con l’atletica. Che cosa è per te?

Quando ho cominciato questa avventura nel 2014, non avevo idea di cosa sarebbe diventato in futuro. L’atletica era il mio sport già prima dell’incidente, e confesso che tornare sulle piste in modo “diverso” all’inizio mi pesava un po’. Avevo timore di soffrire il confronto col me stesso di prima dell’incidente, invece, è stato amore a primo impatto! Mi piaceva la sensazione di correre, di essere indipendente con gli allenamenti, di sviluppare oltre me stesso, anche un mezzo meccanico. Oggi l’atletica è la mia vita, mi sveglio la mattina e vado a dormire la sera pensando agli allenamenti o a come migliorare la mia carrozzina.

La tua vita prima dell’incidente: Chi era Diego?

Prima dell’incidente ero un ragazzo che studiava ingegneria, da qui la mia passione per la meccanica, mi piaceva lo sport, ne ho fatti tantissimi, suonare la chitarra, viaggiare. Mi ricordo che mi dispiaceva molto il non poter portare avanti una carriera sportiva agonistica a causa degli impegni di studio. Facevo sì dello sport, ma per essere un atleta bisogna avere del tempo che purtroppo non avevo.


Quanto ti ha cambiato l’incidente?

Inutile negare che l’incidente sia stato un evento molto traumatico nella mia vita. Avevo 27 anni, non avevo mai visto un medico e da un momento all’altro mi sono trovato catapultato in una serie di eventi, problemi e situazioni che mai avrei pensato di dover affrontare. Ho una lesione spinale completa alla 4 vertebra dorsale, il che vuol dire non avere controllo ne sensibilità dai capezzoli in giù. Il tutto da da un giorno all’altro. Nei primi anni le difficoltà mi innervosivano perché mi sbattevano in faccia la diversità da prima, non mi sentivo capito da chi avevo vicino. Alla fine mi sono incattivito e ho sfogato la rabbia anche sulle persone che mi volevano bene. Col tempo ho smesso di vedere le difficoltà come un limite, ma come semplice parte della vita. Ho smesso di provare rabbia per la loro esistenza, ma orgoglio per il fatto di riuscire a superarle. Incredibilmente questo mi ha permesso di tornare ad essere molto simile al me stesso di prima. Siamo entrambi felici, spensierati e con un obiettivo che ci dà la carica.

Riscoprire l’atletica: che cosa ti ha riportato “a casa”?

Come ho detto all’inizio mi tenevo lontano di proposito dalle piste. Ho provato altri sport, tiro con la

carabina, scherma, canottaggio, ma in nessuno di questi ho sentito quel richiamo che cercavo. A un certo punto mi sono deciso, ho fatto quella telefona al tecnico della nazionale Mario Poletti, persona che stimo molto, che mi ha aiutato moltissimo ad approcciarmi a questo sport.

Gli Europei di Berlino: le emozioni del risultato, i pensieri alla partenza…

Gli Europei di Berlino sono stati il punto di svolta cruciale della mia “seconda” vita. Il periodo

antecedente è stato il più duro che abbia vissuto, il culmine di tutta la negatività che ho detto prima. Non volevo neanche partire, mi sentivo a terra. Oggi, sono grato a me stesso di non aver rinunciato.

Un Europeo di paratletica è un luogo veramente particolare, in cui si viene a contatto con disabilità di tutti i tipi, dalle più leggere alle più pesanti. Vedere quel mondo, pieno di gioie, dolori, risate, pianti, venire a contatto con persone veramente grandi, mi ha reso orgoglioso di essere lì. Il momento più significativo è arrivato il 23 agosto quando ho vinto la mia prima medaglia europea. Il destino ha voluto che il 23 agosto, di sette anni prima, rimanessi vittima dell’incidente stradale che mi ha costretto in sedia a rotelle. Questa casualità, così forte, è stata la scintilla che ha riacceso tutto. Ho smesso di ricordare quel giorno e il passato come si fa con un lutto e, al contrario, ho ricominciato a guardare il futuro con gioia.

Non solo atleta, ma anche “meccanico”: la passione del “fai-da-te” sulla tua attrezzatura. Perchè?

Ho sempre avuto la passione per la meccanica e il “fai-da-te”. Questo aspetto ha reso ancora più grande la mia passione per la corsa in carrozzina, dove l’aspetto meccanico è estremamente importante. Penso che buona parte dei miei risultati sia dovuta al grande impegno che metto nel migliorare sempre il mezzo e l’attrezzatura che uso.

Handbike: secondo amore?

Non posso definire l’handbike, un secondo amore. Mi diverte fare delle uscite in tranquillità con amici, ma non mi ha mai preso a livello agonistico. Ho provato a fare delle gare di duathlon (carrozzina e handbike), in cui sono arrivato primo alla sezione di corsa e ultimo in quella di handbike…Non è per me!

Gli obiettivi del futuro e Tokyo 2020, manca poco. Sei pronto? Hai altri obiettivi?

Tokyo 2020 è il grande obiettivo che mi sono posto. Il livello della corsa in carrozzina ha raggiunto dei livelli altissimi e ciò richiede un impegno altrettanto importante. A novembre, ai Mondiali di Dubai, ci sarà il banco di prova per vedere se merito di far parte della squadra olimpica oppure no.

Parallelamente alla mia carriera sportiva sto coltivando quella lavorativa, di cui preferisco non parlare, più per scaramanzia che altro!

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