Il grande basket attraverso l’obiettivo di Matteo

di Deborah Villarboito –

Matteo Marchi, imolese di origine come si evince dallo spiccato accento al telefono, attualmente vive a New York, precisamente aBrooklin, da quasi un anno e mezzo, con altri tre ragazzi americani. Come ci è finito lì? Nel 2015 la decisione di provare per tre mesi la vita nella “Grande Mela”, per capire se ci fosse la possibilità di lavorare perché voleva “scappare”: «Per tre mesi ho fatto cose e ho visto gente.

Attraverso delle persone sono riuscito ad avere i contatti per le aziende Getty Images ed Nba, che mi hanno proposto di lavorare per loro. Dopo un anno e mezzo ho ottenuto il visto lavorativo e sono partito, iniziando poi a lavorare un poco alla volta per loro. Sono partito perchè dopo 13 anni di lavoro, al tempo, con 360 giorni annuali di attività, mi sono accorto che alla fine guadagnavo come un operaio che lavora 35 ore alla settimana. A me piace il mio lavoro, ma a quelle condizioni non aveva senso. Allora ci sto provando qua». Qual è la sua professione? Fotografo sportivo: «Ho scelto la fotografia in questo ambito perchè mi è sempre piaciuto. Sono stato un appassionato di quasi tutti gli sport e ho sempre giocato a basket. Allora ho messo insieme le due cose, una scelta abbastanza naturale».

Allora cosa diventa un misto di passioni? «Per me la fotografia è il mio lavoro. Odio quelle risposte che dicono “è fermare in un momento, l’attimo…” quelle robe lì, non fa per me. Non sono mai stato un appassionato di fotografia, e nemmeno uno di quelli che ha sempre girato con la macchina fotografica addosso. So solo che è il mio lavoro, la cosa che so fare meglio, forse l’unica». Una decisione drastica quella di partire che lo ha portato a confrontarsi con una realtà ben diversa dalla sua, sia lavorativamente sia socialmente: «Negli Stati Uniti c’è molto più budget che in Italia, dove invece non c’è. Per alcune cose forse c’è meno creatività, ma ci sono i budget grossi. A livello sociale ci sono alti e bassi, nel senso che gli Americani tendono a fare comunella tra di loro. Non lo fanno apposta ad escluderti, ma insomma, si possono sentire minacciati. All’inizio è stata dura, ho preso parecchi schiaffoni e continuo a prenderne. Piano piano però iniziano a conoscerti e stanno un po’ meno sul “chi va là”». Gioie e dolori di un talento in fuga che cerca di esprimersi all’interno di una concorrenza spietata, ma che ha un bilanciamento tra le due cose:«Sei lontano da casa, da solo, anche se hai amici e soprattutto sei in un ambiente totalmente differente, senza riferimenti e tante cose.

Questo è il problema più grosso. Le soddisfazioni, invece, sono che regolarmente nel mio caso vedo partite Nba che è quello che ho sempre sognato di fare». Ogni manifestazione sportiva ha il suo prestigio e quale sarà il segreto della foto perfetta? Matteo risponde con la semplicità e schiettezza che lo caratterizza: «Ognuno ha il suo evento sportivo a cui aspira, nel mio caso sono le finali Nba. Per un fotografo di successo, per ora non sono io, credo che il segreto sia riuscire a trasmettere qualcosa. Ormai le foto le puoi fare con lo smartphone, la chiave deve essere però riuscire a raccontare una storia o raccontare qualcosa. Nel senso che a qualcuno, guardando quella foto, susciti qualcosa. Può avvenire con la foto di un giocatore di basket, con quella di un profugo o di una stretta di mano tra capi di Stato. La chiave probabilmente è quella di trovare l’angolo giusto per riuscire a raccontare la storia che vuoi raccontare». Fai quello che ami e non lavorerai nemmeno un giorno diceva una massima.

Per Matteo, questa e proprio una passione tramutata in lavoro: «Del mio lavoro mi piace tutto, come andare alle partite sei ore prima dell’inizio, quando non c’è nessuno. Mi piace l’odore dei palazzetti vuoti, mi piaceva molto in Europa e ancora di più in America. Mi piace mettermi a scegliere la foto che mi soddisfa di più. Adoro sentire il rumore delle scarpe sul parquet…mi piacciono tante cose. I miei soggetti preferiti sono quei giocatori che fanno smorfie facciali mentre giocano, perchè arricchiscono di più la foto, sprigionano le loro emozioni. Tutti quelli che fanno qualcosa che non sia solamente palleggiare e tirare sempre con la stessa espressione, insomma».

Rispondi