Il sottile confine tra discorsi di odio e crimini di odio ha fatto un’altra vittima

Il sottile confine tra discorsi di odio e crimini di odio ha fatto un’altra vittima

17 Gennaio 2019 0 Di il Cosmo

di Martina Cera –

La Polonia non è, e forse non è mai stata, un Paese per i diritti umani. Nonostante sia entrata a far parte dell’Unione Europea nel 2004 è stata segnalata in maniera continuativa dalle associazioni per i diritti per le sue mancanze in materia di libertà di espressione e di riunione, nonché per le forti restrizioni alla libertà personale, specialmente a quella delle donne.

Da anni, ormai, occupa un posto fisso nel rapporto annuale di Amnesty International, in cui vengono segnalate le violazioni dei diritti umani nel mondo ed evidenziate le prospettive per il futuro: quelle della Polonia, a giudicare la strada intrapresa negli ultimi anni, sono nere.

Non è un caso che il Paese sia membro di punta del cosiddetto “Gruppo di Visegrad”, un’alleanza culturale e politica con Ungheria, Repubblica Ceca e Slovacchia volta all’avanzamento militare, economico e alla cooperazione energetica. Il gruppo è finito spesso sotto i riflettori per le sue posizioni controverse proprio in materia di diritti umani ed è noto soprattutto per aver fatto pressioni in sede europea per la chiusura delle frontiere, gridando alla “sostituzione etnica” e al tradimento delle presunte radici cristiane del continente.


Mateusz Morawiecki, premier dal 2017, è stato spesso accostato alle posizioni di “democrazia illiberale” del premier ungherese Victor Orbàn. Vicinissimo a Jaroslaw Kaczyński, presidente del partito Diritto e Giustizia, considerato il vero leader del Paese nonché il responsabile delle politiche più restrittive ed euroscettiche degli ultimi anni. Politiche che Morawiecki ha seguito pedissequamente nell’ultimo anno, con qualche scivolone sul piano internazionale: ha accusato gli ebrei di essere in parte colpevoli della Shoah, facendo salire alle stelle la tensione con Israele, ha fatto bocciare la Carta dei Diritti UE ritenendola “troppo filo LGBT”, ha aumentato la stretta su magistratura, ONG e organi d’informazione. Da quando è al potere centinaia di manifestanti hanno subìto sanzioni penali per aver preso parte a raduni pacifici, tra questi coloro che protestavano contro la proposta di legge – appoggiata dal premier e redatta da gruppi antiabortisti, che avrebbe proibito l’aborto anche in caso di gravi o fatali menomazioni del feto.

Ieri, dopo la morte di Pawel Adamowitz, sindaco della città di Danzica, il presidente di Amnesty International Riccardo Noury ha twittato “Va ribadito: il confine tra discorso d’odio e crimini d’odio è labile, estremamente labile”.  

Adamowicz, 53 anni, era stato accoltellato la sera del 13 gennaio mentre partecipava a un noto evento di beneficenza.  L’omicida, un uomo di 27 anni che in passato aveva sofferto di disturbi mentali, ha dichiarato di aver agito per vendicare “detenzione e torture subite ingiustamente” in carcere, dove aveva scontato una condanna per rapina a mano armata in una banca.  

Sindaco di Danzica dal 1998, Adamowicz era vicino a Piattaforma civica, partito polacco di centrodestra, liberale e favorevole all’Unione Europea. Aveva espresso posizioni progressiste e a favore dei diritti dei migranti e delle persone LGBT+, scontrandosi non solo con il partito al governo, ma anche con alcuni gruppi identitari e media filogovernativi. Due anni fa “Gioventù polacca”, un’associazione giovanile ultranazionalista, aveva pubblicato un “certificato di morte politica” dopo che Adamowicz aveva dichiarato che “Danzica è un porto, sarà sempre un rifugio per chi arriva dal mare”.

Jarosław Wałęsa, deputato del Parlamento Europeo in passato rivale di Adamowicz per la carica di sindaco, ha dichiarato ai microfoni della polacca TVN24: “La sua morte illustra la portata delle tensioni politiche nel nostro Paese. Quello che è successo è il risultato di quello che succede quando i politici non si assumono le responsabilità delle proprie parole”.

Nonostante il movente dell’omicidio non sia, in ultima analisi, di tipo politico è indubbio che questo gesto sia diretta conseguenza di quello che accade quando il dibattito politico viene avvelenato da discorsi di odio. Il risultato è una polarizzazione delle posizioni che spinge irrimediabilmente i soggetti più instabili o più violenti di una società a credere che l’avversario, quali siano le sue “colpe”, sia da distruggere con tutti i mezzi. Politici e non.