USA e Medio Oriente: un manifesto confuso?

di Martina Cera –

Nell’ultimo mese i non-indirizzi di politica estera dell’amministrazione Trump sono stati al centro del dibattito internazionale. Il modo in cui il Presidente degli Stati Uniti ha preso decisioni cruciali sul Medio Oriente ha provocato almeno due crisi diplomatiche, di cui una con la Turchia, gettato il panico tra gli alleati e confuso anche gli analisti più esperti, soprattutto dopo che i principali responsabili della diplomazia statunitense hanno iniziato a manifestare posizioni contrastanti quasi contemporaneamente.


Il 19 dicembre Donald Trump ha annunciato il ritiro dei soldati americani dalla Siria e dichiarato la sconfitta del sedicente Stato Islamico.

In meno di 24 ore si sono dimessi il Ministro della Difesa Jim Matthis, ricordando che la fine dell’impegno americano lascerebbe libero il campo alle ambizioni di Russia ed Iran, e Brett McGurk, Inviato Speciale della Presidenza per la Coalizione Globale contro l’ISIS, che pochi giorni prima dell’annuncio di Trump aveva segnalato la presenza di oltre 2500 combattenti alla frontiera tra Siria ed Iraq.

Anche le reazioni degli alleati non si sono fatte attendere: il presidente francese Emmanuel Macron ha prontamente ricordato a Trump che “gli alleati devono essere affidabili”, mentre Benjamin Netanyahu ha dichiarato in una conferenza stampa indetta per l’occasione che “Israele continuerà ad agire con forza contro i tentativi dell’Iran di arroccarsi in Siria”. I curdi siriani, che come membri delle Syrian Democratic Forces hanno combattuto con le loro YPG, Unità di protezione popolare, e YPJ, Unità di protezione delle donne, al fianco della coalizione occidentale, si sono rivolti al presidente siriano Bashar al-Asad chiedendogli di inviare l’esercito lealista nella città di Manbij, nel nord-est, per “proteggere i confini dalla minaccia turca”.

L’entourage statunitense, così come gli israeliani, hanno spinto Trump a tornare sui propri passi. Così, al rientro dalla pausa natalizia, il consigliere del Presidente per la sicurezza nazionale Jim Bolton ha annunciato le condizioni per il ritiro dalla Siria: i militari statunitensi rimarranno sul territorio fino a che il sedicente Stato Islamico non sarà sconfitto definitivamente e fino a quando la Turchia non darà sufficienti garanzie che non attaccherà i curdi.

Il giorno dopo Jim Bolton si è recato ad Ankara, dove ha ribadito la posizione di Washington dichiarando che per avviare azioni militari in Siria la Turchia dovrà consultare gli Stati Uniti, con la premessa che, in ogni caso, queste azioni non dovranno mettere in pericolo gli alleati statunitensi nella regione.

La reazione di Erdogan, sostenitore della necessità di un intervento turco contro i curdi siriani, è stata durissima: “Bolton ha commesso un errore molto grave”, ha dichiarato il presidente turco, furioso, rifiutandosi di riceverlo.

Mentre si consumava la crisi tra Ankara e Washington il segretario di Stato Mike Pompeo ha cercato di mettere un punto sulla questione mediorientale. Il suo discorso all’Università americana del Cairo, il 10 gennaio, è stato definito dal New York Times “il manifesto della nuova politica statunitense in Medio Oriente”.  La scelta della capitale egiziana non è casuale. Dieci anni fa Barack Obama tenne dallo stesso palco un famoso discorso in cui, tra le altre cose, aprì ad un miglioramento dei rapporti tra USA ed Iran. Il discorso di Pompeo, invece, va in tutt’altra direzione: dopo aver accusato l’ex presidente di “aver sottovalutato la tenacia e la brutalità dell’Islam radicale” ha parlato di “un nuovo inizio” e ha dichiarato di voler “espellere fino all’ultimo iraniano presente in Siria”.

La crisi in Yemen non è stata nemmeno menzionata, così come l’inasprimento del conflitto arabo-israelo-palestinese in cui l’amministrazione Trump ha avuto un ruolo chiave spostando l’ambasciata USA a Gerusalemme.

Probabilmente il “nuovo inizio” descritto da Pompeo rimarrà alla storia, ma non nel senso positivo del termine. Con tutte queste contraddizioni e cambi di rotta gli Stati Uniti non sono mai stati così deboli in Medio Oriente: a trarne giovamento sono proprio i nemici di Donald Trump, verso i quali gli alleati hanno iniziato da tempo a guardare con interesse.

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