Franco Perlasca sulla memoria: “ Il male c’è stato ma qualche fiammella si è accesa in quel periodo”

Franco Perlasca sulla memoria: “ Il male c’è stato ma qualche fiammella si è accesa in quel periodo”

24 Gennaio 2019 0 Di il Cosmo

di Deborah Villarboito –

Nelle sere scorse, Rai 2 ha trasmesso un docufilm, di propria produzione, sulla vicenda di Giorgio Perlasca, che andrà in onda anche sabato 26 gennaio alle 16,15. Al comasco fu attribuito il titolo di “Giusto fra le Nazioni”, nel 1989. Perlasca aveva aderito al fascismo, seguendo però gli ideali di D’Annunzio e il filone nazionalista. Era partito anche come volontario per diverse campagne, ma una volta tornato si è dissociato dalle ultime mosse del regime. Scoppiata la Seconda Guerra Mondiale, è mandato come incaricato d’affari con lo status di diplomatico nei paesi dell’Est.

Ci racconta il figlio Franco, che ormai da anni si è fatto carico della diffusione della memoria storica di suo padre: «È stata una persona assolutamente normale, che ad un certo punto della sua vita, in quel periodo a Budapest si è trovato di fronte ad una situazione molto particolare, molto complessa e difficile. Ha avuto la voglia e la capacità di non voltarsi dall’altra parte. Di non far finta di non vedere quello che stava avvenendo. A rischio della propria vita qualcosa ha cercato di fare. Inventandosi come diplomatico spagnolo è riuscito a salvare 5218 ebrei ungheresi».

Il padre infatti, si finse un diplomatico spagnolo, Jorge Perlasca, e in poco più di un mese salvò più di 5mila persone, sostenendo la sua copertura. La sua storia, però, è stata resa pubblica solo alla fine degli anni ’80, praticamente con la caduta del Muro. Giorgio Perlasca non ha mai rivelato a nessuno, famigliari compresi, la sua vicenda e i suoi atti, fino a quando alcuni sopravvissuti ungheresi non son o riusciti a ricontattarlo, aprendo il vaso: «La memoria penso che non debba essere divisa tra buoni e cattivi in via pregiudiziale. Lui penso che si sia sempre comportato, delle volte facendo giusto, delle volte sbagliando, perchè nessuno è perfetto a questo mondo, secondo la propria coscienza. Era stato fascista, in una versione oserei dire dannunziana nazionalista. Era andato volontario in Africa Orientale, in Spagna con le truppe del Generale Franco.

Di questo non si è mai pentito. Quando tornò, però, in Italia trovò qualcosa che non gli piacque: le leggi razziali e l’alleanza con la Germania. Smette di essere un entusiasta fascista e inizia con un altro tipo di attività, quello che lo porterà nei Paesi dell’est per comprare carne per l’esercito – continua il racconto il figlio Franco – Arriva l’8 settembre del ’43 e anche lui deve fare una scelta: aderire alla Repubblica di Salò oppure rimanere fedele al giuramento prestato al re. Sceglie la seconda. Ci pensa, non è facile per le persone di quel periodo, che magari sono anche a migliaia di chilometri dall’Italia, capire bene quello che sta avvenendo. Qui inizia la sua avventura. Quando torna in patria, la sua storia è molto particolare. Nessuno ci può mettere un “cappello politico”, né da una parte né dall’altra, perchè penso che abbia dimostrato comunque di pensare sempre con la propria testa. Questa è stata una delle motivazioni per cui la sua storia non è uscita. Molte persone che la conoscevano, non hanno avuto interesse a dire nulla, perchè probabilmente in quel momento non era “politicamente corretto” Giorgio Perlasca. Il perchè di lui come persona che non aveva raccontato niente, né all’esterno, né in famiglia, ha altre motivazioni». Una storia avventurosa, importante e bella.

La banalità del bene che sovrasta quella del male e la dissolve con ingegno e buon senso. Come fare però per mantenere viva la memoria e parlare alle nuove generazioni? Franco Perlasca ne sa qualcosa di questa difficoltà: «Finchè c’era la prima generazione poteva anche raccontare in diretta quello che era avvenuto e quello che aveva vissuto sulla propria pelle. Era un certo modo di raccontare. Adesso anche il modo di parlare di Shoah ha dovuto cambiare, perchè ormai di testimoni non ce ne sono quasi più. Ce ne sono pochissimi ormai in vita e in grado di raccontare. Fino a qualche tempo fa si parlava essenzialmente di ciò che era avvenuto in quel periodo. Le cose estremamente negative, il massacro, come si viveva l’inferno dei campi di sterminio, come vi si moriva. Ora che queste persone non ci sono più, c’è un certo tipo di trasformazione che secondo me è anche opportuna, perchè sono passati da quegli avvenimenti 70-75 anni e bisogna cambiare un attimino per interessare anche un po’ di più le nuove generazioni. Molte volte, non avendo vissuto quel periodo, la considerano una lezione di storia al pari di altre e può diventare una cosa noiosa.

Abbinare il racconto di persone come Giorgio Perlasca e tante altre e quindi il lato positivo della cosa, con quello dei massacri, secondo me diventa importante. Soprattutto per dire sì il male c’è stato ma tutto sommato qualche piccola fiammella si è accesa anche in quel periodo, di persone che hanno detto di no ce ne sono state. Si sono opposte a quello che stava avvenendo. Quindi c’è anche questa didattica della seconda generazione in cui vi sono parecchie persone che possono essere i figli o addirittura i nipoti, che ricordano queste storie, collegate a quel periodo storico. È una cosa molto importante, soprattutto per interessare i ragazzi».

Nonostante i tentativi di creare una didattica della memoria, che parta dalle scuole ed educhi gli adulti di domani, l’odio continua a persistere, anche quello antisemita. Spesso siamo testimoni oculari di frasi pesanti, dette con leggerezza da ragazzini che sghignazzano chiamando “Ebreo” l’amico. Ancora lo vediamo negli stadi recentemente: «Ci sono degli stereotipi che continuano ad esistere. In Italia ora non mi sembra che esista un particolare antisemitismo, c’è qualche idiota che lo è. Sono delle frange totalmente minoritarie, proprio modestissime. Certamente serve anche un’opera di educazione. C’è un problema più profondo secondo me che è creato dalla situazione e dall’esistenza di Israele.

Molte volte le persone e alcune frange politiche, fondono Israele con gli Ebrei. Certamente lì vive chi è di religione ebraica, però sono due cose totalmente diverse – conclude Perlasca – Vista la contrapposizione che ormai dura da parecchi anni tra israeliani e palestinesi, questa sorta di anti ebraismo deriva da questo fatto qui. A volte mi è capitato di sentire cose del tipo: “come i Nazisti uccidevano gli Ebrei tanti anni fa nei campi di sterminio, ora gli israeliani uccidono i palestinesi in quei territori”. Questo diventa pericoloso. Se in Italia ciò non è fortissimo, in altri Paesi sta incominciando a diventare pesante, come in Francia e Germania. Moltissimi Ebrei, ad esempio, stanno andando via dalla Francia perchè non si sentono sicuri».