Immigrazione: l’Olocausto del buon senso

di Deborah Villarboito –

Qualcuno potrebbe inorridire pensando affiancati i concetti di Olocausto e immigrazione. Può sembrare azzardato, ma un punto in comune c’è. L’indifferenza. Il concetto si sviluppa in due modi differenti, legati anche al periodo storico, certo. L’Olocausto si contestualizza in anni in cui l’informazione era prevalentemente dettata da canali ufficiali. Plasmata dai regimi non ha mai raccontato veramente ciò che stavano facendo i Nazisti, sdoganandosi molto dopo, soprattutto grazie ai superstiti. Anche se leggi di epurazione razziale ed eugenetica erano in voga un po’ dappertutto già prima della Guerra.

L’immigrazione ha invece un peso mediatico differente. Quotidianamente vediamo su social network, telegiornali e altri media ciò che accade, in tempo reale. A inizio anno è venuto fuori un nuovo ritornello: ci sono meno partenze dalle coste nord africane. Certo, ma in percentuale chi si cimenta nel viaggio della speranza, ha una percentuale maggiore di morire. L’abbiamo visto. In poche ore un altro bollettino nefasto con almeno 170 vittime in due naufragi. Come per l’Olocausto, si ragiona a numeri. Riscopriamo il contatto umano solo parlando con i superstiti, un po’ come è successo nel caso delle 117 persone che hanno perso la vita nei giorni scorsi. Un’incomprensione burocratica tra guardie costiere? Rallentamenti a causa del meteo? Non si sa, ma alla fine il bilancio è tragico, nonostante le autorità libiche dichiarino che a bordo fossero una cinquantina di persone e che un velivolo dell’aeronautica militare ne abbia avvistate solo 20. Poco importa. Alla mente tornano tutti i disastri in mare, soprattutto quello di Lampedusa nel 2013, con il bilancio di 368 vittime.

Nei primi 20 giorni dell’anno, secondo i dati Oim e Unhcr aggiornati con le cifre delle ultime ore, abbiamo avuto 2706 sbarchi e 184 vittime: il 6,7 per cento dei migranti in viaggio è annegato. Andrebbero calcolate anche le vittime del passaggio fino alla costa libica. Nel 2016, quando non esisteva il codice di condotta per le Ong e le loro imbarcazioni ancora sorvegliavano il Mediterraneo e la Libia non era autorizzata a coordinare i soccorsi, si contavano 362.753 sbarchi sulle coste europee. Il numero dei morti in mare era di 5.096 persone. Nel 2017, quando ad agosto partì l’operazione Minniti, il bilancio è di 3.139 vittime su 172.301 persone sbarcate.

I morti in mare sono quindi 1.957 in meno. Lo scorso anno i migranti sbarcati scendono ulteriormente a 138.882 e cala anche il numero delle vittime, 2.275. Meno della metà rispetto al 2016. Se guardiamo il fenomeno in termini percentuali, però, la probabilità di morire in mare è invece aumentata. Nel 2016 è dell’1,4 per cento, nel 2016 del 1,8, nel 2018 dell’1,6. In altre parole diminuiscono i morti ma cresce la possibilità di morire. Nei primi 20 giorni del 2019 la media è schizzata dall’1,6 al 6,7 per cento. Ora è certo che sia da considerare in termini differenti rispetto all’Olocausto, però, l’indifferenza è la chiave di volta dell’accostamento. Vediamo le immagini dei naufragi e ci dispiace, scriviamo un post strappalacrime oppure ci indigniamo (o i più crudeli e meschini esultano), tra gli sproloqui della politica. Vediamo i migranti come il male peggiore della nostra società: arrivano, gli viene dato tutto, rubano, puzzano e assomigliano a ratti.

Non sembra un dejavù? La propaganda antisemita di Hitler additava gli Ebrei come i ratti che minavano la stabilità del Reich. Le loro ricchezze non gli appartenevano, pur essendo radicati storicamente nelle comunità. Erano il male contro cui combattere, verso cui dirigere l’attenzione. Erano ricchi e potenti, avrebbero reso schiava la Germania. Le povere anime che rischiano la vita negli spostamenti, invece, non hanno nulla. Vengono e si appropriano di ciò che non gli spetterebbe. Sono loro il male e i riflettori illuminano il Mediterraneo, soprattutto se la barca affonda.

L’Europa (e non solo) è rimasta indifferente sapendo dei campi di sterminio, anche se ben nascosti. Ora spesso fa le orecchie da mercante quando si tratta di salvare vite innocenti di uomini, donne e bambini che scappano dalla situazione terrificante del loro Paese di origine, riducendo tutto a norme, burocrazia e ammonimenti. Si sta a guardare cosa succede, intanto si tiene il conto, qualche anima buona interviene, aiuta e salva. La maggioranza si indigna ma abbaia e basta, senza sporcarsi le mani nel concreto. La storia si ripete sempre. Popolazioni colpite da un cataclisma battente altra bandiera e il resto del mondo che osserva e sta immobile. Eppure il Talmud regala un grande insegnamento che dovrebbe essere da monito per ogni generazione: “Chi salva una vita, salva l’umanità intera”.

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