La Shoah raccontata al cinema

La Shoah raccontata al cinema

24 Gennaio 2019 0 Di il Cosmo

di Elisa Torsiello –

Il cappotto rosso della bambina di “Schindler’s List” (Steven Spielberg, 1993) trafigge ancora i nostri occhi, colpendoci, contorcendoci, lasciandoci senza parole. Un colpo d’occhio, una macchia di colore rosso come il sangue; tanto basta per innescare un processo di memoria e di monito universale affinché tragedie come quelle della Shoah – e in pars pro toto per tutti i genocidi di cui l’uomo recidivamente si è macchiato e continuerà a macchiarsi – non accadano più.

Il cinema gioca con i fantasmi. Ogni azione, gesto, minima espressione compare sullo schermo per poi svanire per sempre. Raccontiamo al prossimo la pellicola vista come se stessimo raccontando un’esperienza vissuta nel passato, perché tutto il potere del cinema risiede proprio lì, nel tempo andato. Ecco perché i cineasti si sono spesso rivolti a questa macchina immaginifica travestitasi da macchina del tempo per tornare indietro, e far rivivere spettri e fantasmi di un’era perduta così da evitare la sua riproposizione. Si tenta cioè, in maniera quasi paradossale, di giocare sulla potenza dell’immagine, su quel concetto alla base del cinema del “se è visibile allora è reale” per raccontare fatti, persone, drammi che più o meno ancorati alla loro entità storica, denunciano crimini efferati nella speranza di colpire empaticamente lo spettatore e far scattare in esso un processo di riflessione tale da ricordare le vittime, rifugiando da una loro ripetizione storica.

La Shoah è un tema che il cinema non si è mai rifiutato di narrare, sebbene durante gli anni delle persecuzioni razziali naziste, il soggetto trova scarso eco nel cinema. Dopo la scoppio della guerra i film inglesi e americani cominciano a lasciare in maniera più o meno implicita diversi riferimenti alle atrocità del regime nazista e alla repressione di ogni voce di dissenso. “Night Train to Munich” di Carol Reed nel 1940 è il primo film a mostrare i campi di concentramento per i dissidenti, ma alla persecuzione di ebrei si fa riferimento solo in “Bufera mortale” di Frank Borzage, con protagonista James Stewart, oppure in “The Man I Married” di Irving Pichel (in modo finalmente esplicito). L’approccio indiretto all’Olocausto si rafforza poi tra gli anni Cinquanta e Settanta; un lasso di tempo durante il quale anche i film più famosi come “Il diario di Anna Frank” (1959), “Vincitori e vinti” (1961), o “Il giardino dei Finzi Contini”, si collocano a cornice, operando come prologo ed epilogo degli eventi centrali della Shoah. Da lì in avanti il cinema si affianca alle testimonianze dei sopravvissuti, narrando lo sterminio degli ebrei a volte in maniera più leggera (ma non per questo meno drammatica) come in “Train de vie”, “La vita è bella”, ma soprattutto in “Il grande dittatore” di Charlie Chaplin, dove la persecuzione degli ebrei è il perno centrale a cui ruota il film; altre in maniera tragica, attraverso gli occhi di chi da vittima è stato costretto a tramutarsi in complice pur di tracciare una via di scampo (“Kapò” di Gillo Pontecorvo, o “Il figlio di Saul” di László Nemes). Vi sono stati casi in cui il potere del grande e piccolo schermo ha reso possibile una vendetta che la storia non ha sempre ammesso, come in “Bastardi senza gloria” di Quentin Tarantino dove a cadere sotto la furia vendicativa di Shosanna è addirittura Adolf Hitler, e “Death’s Head Revisited” (“La vendetta del campo”), episodio della terza stagione della serie fantascientifica “The Twilight Zone”. Era il 10 novembre 1961 quando l’episodio fu trasmesso sulla CBS. Scritta da Rod Serling, la puntata si svolge interamente nel campo di concentramento di Dachau. L’immaginario ex capitano delle SS Gunther Lutze torna nel campo come turista sadico dell’orrore per visitare i luoghi di cui era stato comandante e fautore di tremende uccisioni. Lutze non fa in tempo a varcare l’entrata del campo che gli spiriti delle sue vittime riprendono vita dalle ceneri, come arabe fenici per sottoporlo a giudizio. La sentenza è perentoria: l’uomo sarà condannato a una vita di follia, rinchiuso in una gabbia esistenziale in cui a dominare sono l’orrore e l’incubo.

Saranno dunque i fantasmi del cinema a far rinascere, ripopolandolo, il sistema concentrazionario. Un universo rigeneratosi non per scopi emulativi, ma denunciatori, capace di rendere al contempo luoghi come Aushwitz, o Dachau, ambienti a noi drammaticamente famigliari. Basta sollevare lo sguardo, verso quella scritta in ferro battuto, “ARBEIT MACHT FREI” (“Il lavoro rende liberi”) che la nostra mente viene bombardata da una sfilza improvvisa di immagini e inquadrature, derivanti da tutto quel materiale audio-visivo macinato negli anni. Un teatro di posa dell’immaginario collettivo, sul cui palco vengono ancora posti al centro mille e più storie perché di chiedere di ricordare non è mai abbastanza.

L’incipit di “X-Men” (e poi di “X-Men: L’inizio”), l’amicizia pura e scevra di discriminazioni tra Bruno e Shmuel, – il primo figlio di un generale nazista, il secondo prigioniero in un campo di concentramento – in “Il bambino con il pigiama a righe”, i libri bruciati della piccola Liesel Meminger in “Storia di una ladra di libri” (2013), o le dita che scorrono veloci su un pianoforte e gli occhi colmi di lacrime di Władysław Szpilman ne “Il pianista” di Roman Polański, sono tutte schegge di una memoria filmica che va di pari passo a quella storica. Un ricordo che il cinema tenta di tenere acceso, per illuminare così, anche attraverso un cappotto rosso indossato da una bambina,  un’umanità che non deve essere perduta.