L’Italia con “le palle”: un mondiale vinto dalla nazionale che non ti aspetti, quella di bowling

di Deborah Villarboito –

Il Bowling fa parte delle discipline associate, non olimpiche. Conta 6000 iscritti totali di cui 2500 agonisti e 3500 amatori. Gli agonisti sono divisi in quattro categorie, nella prima se ne contano 250. Sono anche 250 i centri, di cui omologati 100 e tutti privati. È un micromondo nel panorama italiano.

È uno sport molto impegnativo a livello mentale e di costi, ma non è conosciuto per niente sotto questo aspetto nel nostro Paese che lo considera un passatempo ludico. Massimo Brandolini è ct della Nazionale di bowling da sei anni e ci racconta questa esperienza: «Ho iniziato da subito ad inserire i giovani. Fondamentalmente a guardarmi in giro e ho visto dei quattordicenni molto validi e ho cominciato a inserirli nei raduni. Poi man mano che sono diventati bravi li ho portati alle competizioni. Il capitano Reviglio è il più maturo della compagnia, un personaggio davvero dalla personalità molto forte che si è sempre messo in gioco.

Ha voluto rinnovare le sue capacità, migliorando anche negli ultimi anni. Poi ci sono dei ragazzi, uno di Roma e uno di Milano, che sono dei ritorni, che per un po’ si erano persi, che però hanno saputo mettersi in discussione. La nostra squadra ha iniziato a gareggiare già quattro anni fa al Campionato Europeo in Danimarca, dove ci siamo avvicinati molto alle medaglie. Bene anche l’edizione dopo, mentre lo scorso anno siamo arrivati ventiduesimi ai Mondiali di Las Vegas, al di sotto delle nostre possibilità. Abbiamo fatto tesoro dei nostri errori e quest’anno abbiamo fatto meglio del nostro obiettivo che era arrivare tra le prime cinque al mondo». Brandolini è il tecnico della Nazionale campione del mondo, quella che ha anche battuto i professionisti degli Usa, nella finale di Hong Kong. Pierpaolo De Filippi, Antonino Fiorentino, Marco Parapini, Nicola Pongolini, il capitano Marco Reviglio, Erik Davolio sono i fantastici sei che ci hanno fatto sognare: «Noi abbiamo cercato di fare l’eccellenza in ogni momento.

Ogni accadimento doveva essere un modo per migliorare e imparare. Non bisogna mai affrontare i problemi con l’angoscia, ma con la leggerezza di volerlo fare insieme. Abbiamo cementato un gruppo, di cui i sei del Mondiale sono i più virtuosi dell’anno – continua il ct – Il gruppo è formato da dodici ragazzi che io reputo i più bravi in Italia e che quando si trovano, ciascuno di loro ha un compito tecnico da svolgere a casa, ha modo di pensare che non deve essere l’abitudine agire per se stessi ma per per il gruppo, di avere il coraggio di aprirsi con i compagni e mettere a nudo i propri limiti per essere aiutato dal coach.

Quindi l’anno scorso che è stato un anno brutto al Mondiale, invece di scoraggiarci ci siamo detti: che cosa non ha funzionato? Con molta umiltà e serenità, energia e voglia di fare meglio, abbiamo pianificato negli anni un programma di alto livello, dove siamo andati, non solo a migliorare l’aspetto non solo tecnico, ma soprattutto mentale. Abbiamo partecipato ai tornei in tutta Europa e fuori per giocare contro i migliori. Ognuno ha portato la propria competenza al meglio, ma facendo riferimento al gruppo». Uno sport non tanto fisico, quanto più mentale, poiché necessita di una concentrazione straordinaria: «Un giocatore che arriva a questo livello ha acquisito una versatilità notevole.

Nel gioco del bowling moderno è anche necessaria una preparazione fisica, mentre prima non lo era, sicuramente una tecnica molto alta, la capacità di ripetere questi tiri e quindi una buona forma fisica per tirare bene la palla più o meno forte a seconda dell’esigenza. La componente mentale però è all’85% – spiega coach Brandolini – Quello detto prima lo si assume negli anni facendo allenamenti specifici. Quando si arriva a lanciare le bocce sotto ad una pressione psicologica dell’avversario, della telecamera, delle luci, di tutto quello che il Mondiale comporta, bisogna avere quei meccanismi mentali che ti fanno uscire da quel contesto in cui sei. Molti giocatori in allenamento lanciano bene. Il problema è ripeterlo sotto pressione. Bisogna avere dei meccanismi di approccio mentale al lancio sempre uguale. Abbiamo coniato una formula: cattiveria e leggerezza. Quando siamo fuori scarichiamo e appena prima di tirare incomincia il nostro pensiero a quello che si deve fare, così che anche il corpo non abbia dubbi. Ce lo siamo costruiti, soprattutto nell’ultimo anno». Certo è che battere dei professionisti, soprattutto statunitensi, ha quasi tratti da film a lieto fine, Davide che abbatte Golia: «Gli Americani erano in finale ed erano sicuramente quelli che avevano fatto la migliore performance nelle sei partite di qualifica.

Noi eravamo arrivati terzi, e avevamo fatto già una grande cosa – spiega – Con il Canada è stato più difficile, ma alla fine hanno perso per arroganza, ci hanno sottovalutati. Gli Americani no, però nel loro modo di affrontare la competizione hanno cercato la perfezione. Nella finale, però, ci sono solo due tiri a testa, quindi bisogna trovare una strategia e seguirla, sicuramente questa è figlia di tutta la competizione. Loro non ci hanno sottovalutato, ma siamo stati veramente più bravi. Poi c’è un aspetto che non è da trascurare: loro erano il team da battere. Avevano tutto da perdere loro, noi no. Noi avevamo già vinto arrivando terzi nelle qualifiche. Eravamo sempre più convinti della nostra capacità e delle nostra forza mentale.

Gli Americano l’hanno persa non perchè non hanno fatto il meglio, ma perchè l’abbiamo fatto noi». La vittoria non fa montare la testa a questo gruppo unito e affiatato: «Prossimi obiettivi, ricominciare a lavorare a testa bassa, con umiltà. Continuare a motivare il gruppo, perchè sicuramente dopo la vittoria c’è un rilassamento automatico, è fisiologico. Avremo cinque incontri, uno al mese, fino ad arrivare a giugno all’Europeo a Monaco di Baviera. Ora abbiamo anche imparato a vincere, quindi puntiamo alle medaglie europee a cui siamo arrivati vicino negli anni precedenti. Il gruppo è fondamentale – conclude Massimo Brandolini – Al suo interno ognuno esalta la propria capacità. Nessuno è prima donna, poi all’interno siamo tutti prime donne. Quando parla uno è come se si parlasse tutti insieme, questo ha fatto sì che ognuno abbia dato il 10-20% in più di quello che è capace di fare. Io ho ancora tanta voglia di fare bene, così anche come i ragazzi».

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