Modiano, un sopravvissuto: “Ora vivo per raccontare gli orrori”

di Alessandro Pignatelli –

Sami Modiano è uno dei pochissimi sopravvissuti della Shoah. Oggi ha 88 anni, ogni mese si reca a Birkenau e ad Auschwitz con le scolaresche per far toccare con mano quelle due fabbriche della morte. Lui si è salvato, forse per miracolo, più di una volta dalle camere a gas. La sua storia è tutta da leggere e qualcuno ha pensato bene di ricavarci dei documentari e un film (‘Tutto davanti a questi occhi’ di Walter Veltroni).

“E’ vero, molte volte mi sono trovato davanti alla morte e, anche a cose finite, mi sono sentito in colpa, quasi fossi un privilegiato”. Uno che la morte non ha voluto portare con sé, probabilmente con lo scopo, ancora oggi, di poter raccontare cos’è stata la Shoah, cos’erano i campi di concentramento, cosa voleva dire entrarci e sapere che non saresti più uscito da lì. Con una ‘colpa’ soltanto: quella di essere ebreo.

“Avevo 13 anni e mezzo quando, a Rodi, i tedeschi deportarono l’intera mia famiglia. Tutta la comunità ebraica dell’isola, composta da 2 mila persone. Era il 18 luglio del 1944 e il nostro è stato il viaggio più lungo della storia. Siamo arrivati davanti alle camere a gas di Birkenau il 16 agosto del 1944. Qui, i tedeschi hanno ucciso subito l’80 per cento di noi, quelli che per loro non erano abili al lavoro: donne incinte, donne che allattavano, anziani e bambini”. Lui no, viene graziato insieme al padre e alla sorella. “Chi non veniva indirizzato alla camera a gas, veniva utilizzato per i lavori forzati”. Sapevate cosa accadeva nei campi di concentramento? “Lo venimmo a sapere subito, la sera stessa, dai prigionieri che erano già lì. Ci dissero che da quel campo non si usciva vivi. Essere a Birkenau significava essere un condannato a morte”.

Continua a raccontare: “Ogni giorno poteva essere l’ultimo: potevi morire di fame, di fatica, per una punizione, per il freddo o perché era stato deciso che non andavi più bene per il lavoro”. Lui la morte l’ha guardata negli occhi tante volte. La prima, quando suo papà con uno stratagemma riuscì a farlo andare nella fila di chi si doveva salvare invece che nell’altra. La seconda: “Mengele mi aveva selezionato come non più in grado di lavorare, ero davanti alle camere a gas, ma arrivò un camion di patate, che erano da scaricare. Un ufficiale tedesco, mancando in quel momento la manodopera, prese alcuni di noi per aiutarlo. E così mi salvai un’altra volta”.

Ringrazia, Sami, di aver avuto accanto per un mese il papà: “Fu adorabile, ma quando seppe che la figlia era morta, si consegnò volontariamente all’infermeria, ben sapendo quale sarebbe stata la sua sorte”. Sami resta solo ed è solo quando i tedeschi abbandonano Birkenau per Auschwitz, braccati dai russi: “La marcia della morte. Io ormai pesavo 23-25 chili, feci un paio di chilometri a piedi e poi crollai, attendendo solo il colpo di pistola fatale perché i tedeschi avevano l’ordine di non far sopravvivere nessuno,che potesse raccontare delle camere a gas, delle torture e degli esperimenti”. A terra, sollevato di peso da due compagni di sventura, portato a destinazione è lasciato su un mucchio di cadaveri per fingere che anche lui fosse morto. Finché i sovietici non arriveranno a liberare il campo.

“Chi non è mai stato a Birkenau o ad Auschwtiz lo faccia perché le parole sono nulla in confronto a ciò che si vive andandoci di persona, accompagnati da uno storico o da un sopravvissuto”. Il senso di colpa di cui Modiano parlava all’inizio non se ne va mai: “Ti chiedi come mai sei ancora vivo: perché? Sono domande che ti distruggono, vivi con difficoltà e non hai risposte. Grazie a Dio, io nel 2005 una risposta l’ho trovata proprio a Birkenau. Ho capito che ero ancora in vita per raccontare, per parlare della mia esperienza; fino ad allora non l’avevo mai fatto. Parlo ai ragazzi e i riscontri sono positivi”. A spingerlo a dire a tutti cosa è stata la Shoah sono stati in tanti: “Mia moglie, Veltroni, Piero Terracina”. Un po’ fortunato si sente, ma non per essere ancora vivo. Non soltanto per quello: “Sono sposato da 61 anni con una donna, Selma, che sa starmi vicino, sa di essere accanto a un sopravvissuto. Che non è un uomo qualsiasi. È una persona con le piaghe, con gli incubi, con le depressioni, con i silenzi. Non finirò mai di ringraziare questa donna speciale”. E così, ogni mese, questo grande uomo si reca a Birkenau: “E davanti al cimitero ho giurato che non starò mai più zitto, finché Dio lo vorrà”.

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